Storie di Calcio

L’ultimo schema di Arrigo

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Andrea Gioia)

“La paura e il campanello d’allarme mi hanno portato ad una scelta inevitabile”

Il tempo della rivoluzione calcistica è passato via veloce, tra promozioni incredibili, vittorie schiaccianti e delusioni cocenti.

Quindici anni di passione spasmodica per uno sport vissuto da “estraneo”, senza  il reale contatto con un terreno di gioco amaro e ingannevole. La storia di Arrigo Sacchi è fatta di tenacia e di un’idea incrollabile in un concetto, talmente differente da sembrare insensato e poco funzionale. Un concetto in grado di scontrarsi con una tradizione antica, vecchia, ben stabilita e per questo appoggiata da un intero sistema. Invece, in un giorno di Giugno del 1986, la provincia italiana diventa il simbolo di uno sport che inizia a cambiare.

L’ex rappresentante di scarpe conduce il suo Parma ad una storica promozione in Serie B.

Suo padre non aveva “mai creduto” in quel figlio ossessionato da quello sport e dai suoi schemi; la rappresentanza di scarpe era l’unica maniera per portarlo via dall’incertezza del pallone.

Ma quel genio di Arrigo da Fusignano le idee le aveva ben chiare. L’ambizione berlusconiana lo aveva avvolto, coccolato, protetto, salvo poi annientarlo in una sfortunata serata marsigliese. La sicurezza di Matarrese, poi, gli aveva concesso l’onore di una Nazionale incredibilmente forte, in quel torrido Mondiale fatto di sudore e lacrime. Poi ancora Milan e Atletico Madrid, senza lasciare il marchio di un gioco ormai studiato e spesso copiato.

L’ultimo schema, Sacchi lo mise in campo il 1° Febbraio del 2001. Un abbandono improvviso, una panchina lasciata senza un motivo specifico. Forse lo stress, forse il panico, forse l’appagamento.

Gli bastarono poche partite per comprendere che il calcio non era più il suo mondo.

L’estrema onestà intellettuale di un uomo che aveva dedicato un’intera vita ad un concetto, ad una idea, alla voglia di cambiare le regole tecniche di un mondo che, probabilmente, non accetta regole.

“Sono arrivato alla decisione amara di dimettermi dopo quello che è accaduto nella partita di Verona dove mi sono sentito male, evidentemente per lo stress e le tensioni accumulate; e questo è stato per me un campanello d’allarme che fa seguito ad una analoga situazione riscontratasi a Madrid. Ora posso dirlo: fu quello il motivo che mi costrinse ad andarmene, nonostante fossimo nei primi posti della classifica. Pensavo che i due anni di inattività mi avessero ricaricato e di essere pronto per allenare e andare in panchina; evidentemente non è stato così e ho capito bene che difficilmente potrò allenare e se mai vorrò rimanere nel calcio, dovrò ricoprire altri ruoli. La paura e il campanello d’allarme mi hanno portato ad una scelta inevitabile, anche se difficile”

(Uno stralcio del comunicato ufficiale apparso su La Gazzetta dello Sport del 2 Febbraio 2001)

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