Arte & Football di Danilo Comino

“Sintesi di una partita di calcio” di Carlo Carrà, i mondiali del 1934 e non solo

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Danilo Comino) -Dopo Dinamismo di un footballer di Boccioni, la più famosa opera d’arte italiana sul calcio è il quadro di Carlo Carrà del 1934 della Galleria d’Arte Moderna di Roma; fu esposto nel 1935 col titolo di Sintesi di una partita di calcio alla Seconda Quadriennale di Roma, dove fu acquistato dal Governatorato di Roma per la Galleria Mussolini (come allora si chiamava la Galleria d’Arte Moderna di Roma). Carlo Carrà (Quargnento, 11 febbraio 1881 – Milano, 13 aprile 1966) è stato uno dei più significativi artisti italiani della prima metà del Novecento, l’unico ad aver militato da protagonista nei due più importanti movimenti d’avanguardia nati in Italia nel secolo XX: il futurismo e la metafisica. Sintesi di una partita di calcio è un’opera lontana dalle sperimentazioni avanguardistiche, ma tratta comunque di un tema che i futuristi identificavano con la modernità: lo sport. Del resto, il quadro risale a un anno importante per la storia sportiva del nostro paese: nel 1934, infatti, l’Italia di Mussolini ospitò la seconda edizione dei mondiali di calcio, vinta dalla nazionale guidata da Vittorio Pozzo. La manifestazione sportiva e la vittoria azzurra furono abilmente amplificate e manipolate dalla propaganda del regime fascista e entusiasmarono milioni di italiani, intellettuali inclusi.

Carlo Carrà, Sintesi di una partita di calcio, 1934. Roma, Galleria d’Arte Moderna di Roma

La prima edizione dei mondiali di calcio – la competizione voluta dalla FIFA di Jules Rimet – fu organizzata nel 1930 in Uruguay e fu vinta dalla squadra di casa; il torneo fu un successo sebbene vi partecipassero solo tredici squadre – di cui soltanto quattro europee (Francia, Belgio, Romania e Jugoslavia) – e solo uno degli stadi in cui si giocò (quello del Centenario a Montevideo) fosse all’altezza di un evento sportivo d’importanza internazionale. Nell’Italia di Mussolini, i vertici della Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC) compresero subito che una simile manifestazione sportiva poteva essere sfruttata a fini propagandistici dal regime; pertanto, convinsero la FIFA ad assegnare all’Italia l’organizzazione dell’edizione dei mondiali del 1934. L’Italia aveva tutte le carte in regola per ospitare l’evento; in primo luogo perché sembrava un paese ordinato, laborioso, pacificato ed efficiente (almeno così lo presentava la propaganda di regime); in seconda battuta perché dava le garanzie economiche richieste dalla FIFA; infine, perché si stava dotando di alcuni degli stadi più belli d’Europa.

Già da qualche anno, infatti, il regime stava cercando di trasformare il calcio in un grandioso spettacolo collettivo capace di agire sulle masse in termini di propaganda, d’integrazione sociale e di suggestione nazionalistica: per raggiungere tale obiettivo erano essenziali imponenti architetture sportive capaci di accogliere folle sempre più grandi. I mondiali di calcio davano ora alla FIGC la possibilità di estendere anche agli sportivi stranieri la propaganda fascista: l’Italia doveva sembrare a tutti un paese forte, efficiente, moderno e all’avanguardia. Tutto nei mondiali del 1934 fu organizzato nei minimi dettagli: dall’accoglienza delle squadre straniere all’ospitalità alberghiera, dalla rete dei trasporti alle agevolazioni per i giornalisti sportivi di ogni provenienza, dalle installazioni per garantire le radiocronache (in Italia e all’estero) alle riprese cinematografiche per mostrare a quante più persone nel mondo le azioni principali degli incontri. Inoltre, la FIGC volle comunicare a tutti un senso di ordine, legalità, moralità e rifiuto dei favoritismi: non a caso le cronache del tempo, nel descrivere l’arrivo di Mussolini allo stadio, precisavano che acquistava il biglietto d’ingresso come tutti gli altri spettatori.

La nazionale italiana festeggia la vittoria nella finale dei mondiali del 1934

Il fatto che ai mondiali del 1934, a differenza di quelli del 1930, partecipassero quasi tutte le migliori nazionali dell’epoca – escluse Inghilterra e Uruguay – dava al torneo una grande credibilità sul piano sportivo. Per la propaganda fascista, la vittoria dell’Italia nei mondiali di calcio rappresentava la conferma che il Duce era riuscito a rigenerare gli italiani, a trasformarli in un popolo vincente, da temere e rispettare non solo a livello sportivo. In quest’ottica, l’abilità degli azzurri nel calcio faceva rivivere nel presente la tradizione competitiva e guerriera degli antichi romani; infatti, per il regime lo sport che gli inglesi chiamavano football derivava dal calcio fiorentino del Rinascimento, che a sua volta si faceva risalire all’harpastum, il violento gioco con la palla praticato dai legionari dell’antica Roma. Come questi ultimi furono capaci di conquistare un impero nell’antichità, così – si dava a intendere – avrebbero presto fatto i nuovi “legionari” italiani sotto la guida di Mussolini. Non sorprende, pertanto, che la propaganda di regime presentasse i successi calcistici dell’Italia come anticipazioni di future vittorie politiche e militari. La Seconda Guerra Mondiale avrebbe dimostrato drammaticamente quanto questo sogno di grandezza fosse lontano dalla realtà, ma non è questa la sede per parlarne.

Mario Gros, Manifesto dei mondiali di calcio del 1934

Ciò che conta, ai fini del nostro discorso, è che la vittoria ai mondiali del 1934 accrebbe il consenso nei confronti del fascismo tanto nel popolo come nelle élite: si noti che, secondo le cronache del tempo, alle partite erano di solito presenti i più bei nomi delle gerarchie politiche, dell’aristocrazia, dell’arte e della letteratura. Ai mondiali di calcio e alla vittoria italiana diedero ampia eco la stampa, i cinegiornali, la radio, ecc.; altrettanto fecero le arti figurative tanto al livello popolare (manifesti, vignette, francobolli, ecc.) come su un piano più elevato, nel campo cioè della pittura e scultura da collezione o da museo: a quest’ultimo ambito appartiene Sintesi di una partita di calcio di Carrà.

Gino Boccasile, Copertina del programma dei mondiali di calcio del 1934

Come nel quadro di Dudreville visto in precedenza, anche in quello di Carrà un tema moderno come il calcio è trattato con un linguaggio ispirato alla tradizione. Tuttavia, nell’opera di Carrà non c’è niente del realismo piacevole, narrativo, quasi aneddotico, di Partita di calcio di Dudreville. Infatti, Carrà ha composto l’immagine seguendo una logica “costruttiva” piuttosto che imitativa; in sostanza, non si è limitato a riprodurre una scena reale (un’azione di gioco), ma ha creato un’architettura equilibrata di forme che si contrappongono o si riecheggiano nello spazio (si veda, ad esempio, il gioco di parallelismi e convergenze creato dagli arti dei protagonisti del quadro). C’è un che di arcaico, di prerinascimentale in questo modo di comporre l’immagine. La superficie della tela è occupata in gran parte da cinque calciatori, tre in maglia azzurra – come quella della nazionale italiana – uno in casacca color vermiglio e uno con maglia rosso scuro, quasi viola; quattro di loro saltano per raggiungere il pallone in alto a sinistra, mentre il quinto osserva da terra.

Ovviamente, non hanno numeri sulla schiena perché la FIFA li avrebbe resi obbligatori solo nel 1939. Il giocatore al centro è sicuramente un portiere perché indossa delle ginocchiere e tenta di colpire la sfera con la mano; ciò ci permette di affermare che i quattro calciatori si trovano all’interno di un’area di rigore, in prossimità della porta. Carrà non ha descritto nel dettaglio l’ambiente, ma ha lasciato allo spettatore il compito di ricostruirlo con la sua immaginazione. In basso a sinistra una riga bianca diagonale richiama alla memoria uno degli elementi costitutivi di un terreno di gioco, le linee di demarcazione; in alto a destra una figura rettangolare allude alla porta: si noti l’estrema sintesi – niente più che quattro linee rette – con cui Carrà suggerisce questa componente essenziale di un campo di calcio. L’unico altro elemento oggettivo è la linea diagonale nella zona mediana, parallela a quella bianca in basso a sinistra, che divide il quadro in due aree cromaticamente distinte: in quella superiore domina l’azzurro, il colore del cielo e della nazionale italiana, in quella inferiore – dove sta il campo di gioco – si alternano chiazze di viola, giallo, verde e marrone. Tornando ai calciatori, notiamo come i loro volti siano resi in modo schematico, senza tratti individualizzanti, e come il modellato dei loro corpi sia solido, vigoroso, privo di orpelli inutili. Questi atleti possono anche essere stati ispirati dai protagonisti dei mondiali del 1934, ma hanno un qualcosa di arcaico che li fa sembrare fuori dal tempo; del resto, sul piano stilistico il quadro rimanda a una cultura figurativa mediterranea, italiana, che ha le sue radici in un lontano passato. In sostanza, nel quadro di Carrà il calcio non è più solo un simbolo di modernità (come per i futuristi), ma diventa anche una componente della storia italiana grazie all’uso di un linguaggio pittorico basato sulla tradizione figurativa del nostro paese.

Tuttavia, Sintesi di una partita di calcio non si rivolge esclusivamente al passato, ma agisce su un piano temporale più complesso; Carrà trasse spunto da un evento a lui contemporaneo, i mondiali del 1934 vinti dall’Italia, per tentare di rappresentare con uno stile arcaizzante ciò che del calcio, uno sport moderno, rimane costante nel tempo. La composizione minimale del quadro ci invita a immaginare un campo di gioco, che può essere anche della nostra epoca; le forme quasi squadrate degli atleti ci comunicano energia fisica e mentale, qualità auspicabili in calciatori di ogni tempo; i volti impersonali ci ricordano che nel calcio il collettivo è – e sempre sarà – più importante delle individualità. Sembra quasi che Carrà abbia provato a racchiudere l’essenza dello sport più amato dagli italiani in Sintesi di una partita di calcio, un’opera d’arte lontana da facili seduzioni, con una sintesi formale quasi austera, che pare moderna e antica a un tempo.

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