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6 maggio 1956 – La Fiorentina è Campione d’Italia

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Riccardo Lorenzetti) –

Facevano quasi tutti il tifo per la Fiorentina, allora

Quelli che a pallone ci giocavano, al campetto dell’oratorio, con il prete che esigeva il pedaggio di qualche pater-ave-gloria. Ma anche quelli che una partita di pallone vera, allo stadio, non l’avevano mai vista, però lì trovavi sempre alla Casa del Popolo, con il giornale aperto sulla pagina sportiva.

E infine quelli che del calcio ignoravano tutto, comprese le regole. Ma tenevano ugualmente la Fiorentina.

Facevano il tifo per la Fiorentina anche quelli che non erano nati.

E quando nascevano, nascevano già della Fiorentina; perché la Fiorentina voleva dire Firenze, e Firenze voleva dire Toscana, e all’epoca eravamo ancora attaccati a certe tradizioni, e guai a toccarci il campanile.

Non tutti, ovviamente.

Perché in Toscana siamo gente polemica, e figuriamoci se mancavano quelli che Firenze non la potevano vedere.

E allora, per dispetto, tenevano la Juve, che era l’unica squadra in grado di fargli abbassare un po’ la cresta. Ed è il motivo per il quale dalle nostre parti c’erano (e ci sono ancora) così tanti Juventini. A Siena e ad Arezzo, a Pisa e a Lucca.

Perché la Toscana era piena di contadini a mezzadria e di operai, ognuno nel proprio distretto… I “cavatori” a Carrara e i portuali a Livorno, i conciatori nel Pisano, i fornaciai all’ Impruneta e i tessili a Prato.

Gente che si faceva “icculo” dalla mattina alla sera, ed aveva in uggia Firenze: che anche nel ’56 era piena di “bottegai”, di “bighelloni” e di gente che comunque se la tirava un po’ troppo.

Una regione in tumultuosa trasformazione, la Toscana del 56: che di lì a pochi anni avrebbe visto collassare tutta l’impalcatura del mondo rurale, architrave della sua società fin dai tempi dei progenitori Etruschi.

E la Viola del 56, campione d’Italia per la prima volta nella storia, è quello che ci vuole per ridare smalto agli sportivi, che stanno cercando un punto di riferimento dopo il ritiro di Gino Bartali, il “grande nord” del ciclismo toscano.

Il pallone è diventato una cosa seria: sta ormai soppiantando le biciclette nel cuore della gente, grazie alla televisione che fa vedere le partite e soprattutto al Totocalcio, che regala il miraggio del “tredici”.

La Fiorentina accompagna la Toscana negli anni del boom, e del cosiddetto miracolo economico.

“La prima mietilega arrivò in aprile, due giorni dopo la vittoria sul Milan che valse mezzo scudetto” ricordava il vecchio Enrico, che nel ’56 faceva il mezzadro ed aveva per la Viola una passione grande almeno quanto la sua memoria. Ed associava le vittorie della sua Fiorentina alle prime conquiste sociali che stavano cambiando il mondo.

Anche la “mietilega”, come lo scudetto a Firenze, pareva una conquista inverosimile. Era l’irruzione improvvisa e incontenibile del progresso, quello buono: capace di alleviare la fatica della gente che da millenni si spezzava la schiena nei campi.

E per lo stesso motivo, un gol di Montuori valeva la Fiat 600, da comprare a rate. E una prodezza di Julinho, la soddisfazione del sabato finalmente non più lavorativo, almeno mezza giornata.

Cresceva prepotente, l’Italia del 56.

E con lei cresceva anche la Toscana, sempre meno rurale e sempre più viola. E conseguentemente, sempre meno Juventina.

“Gratton gratta, Chiappella chiappa e Segato… Sega!”, recitava un’ingenua filastrocca molto in voga nelle sagre di paese, quando in piazza arrivavano gli stornellatori dell’ottava rima.

E poi Sergio Cervato, dal tiro potentissimo, e l’altro terzino Magnini, che si chiama Ardico e chissà perché gli abbiano messo un nome del genere. Il Dottor Bernardini in panchina e naturalmente Virgili, in attacco. Il fenomenale ragazzo d’oro detto “Pecos Bill”, come il cowboy dei fumetti.

E quando “La Nazione” mette le cronache dei campionati minori, si scopre come quasi tutte le squadre dilettanti, dalla Rufina all’Antella, abbiano un “Virgili” che gioca centrattacco.

E che è, semplicemente, il soprannome che i tifosi affibbiano al loro attaccante più bravo, omettendo (anche nel giornale) il vero cognome.

“Ma la cosa più sorprendente di quella squadra non fu lo scudetto del ’56, per quanto memorabile” disse un giorno Raffaello Paloscia, decano dei giornalisti sportivi fiorentini “bensì i quattro secondi posti di fila, nei campionati successivi. Più la finale della Coppa dei Campioni, persa malissimo con l’invincibile Real Madrid, e la Coppa delle Coppe, vinta nel ’61.”

E che tennero, infatti, la toscanissima Fiorentina nell’olimpo del calcio mondiale, in quegli anni lontani e felici: stabilmente, come non sarebbe mai più accaduto in tutta la sua storia.

Vale la pena, allora, ripensare con nostalgia alla meravigliosa Viola, campione d’Italia 1955-56.

Adesso che in Toscana i mezzadri non esistono più, i distretti artigianali sono quasi spariti ed anche i tifosi della Fiorentina si sono assottigliati di molto. E da realtà nazionale sono diventati progressivamente un’entità regionale, poi provinciale e adesso quasi esclusivamente cittadina. La stessa sorte toccata alle altre due grandi “storiche” del calcio italiano: il Torino e il Bologna.

Sarti-Magnini-Cervato-Chiappella-Rosetta-Segato-Julinho-Gratton-Virgili-Montuori-Prini… Ed il giorno che vi capiterà di imbattervi in qualche vecchio mezzadro toscano, non stupitevi se saprà snocciolarvi, a memoria e senza esitazioni, la formazione del ’56.

Perché a quei tempi il calcio era una cosa seria. E tenere la Fiorentina, da queste parti, era un punto d’onore.

Oltre che la scelta più logica (e conveniente) che si potesse fare.

Poi, sono arrivati quelli della Superlega.

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Riccardo Lorenzetti ne ha combinate molte, in vita sua. Ha ideato, e condotto, programmi radiofonici e televisivi; ha scritto per giornali e riviste, per il teatro e per il cinema. Ha lavorato in fabbrica, ha insegnato matematica in una scuola primaria, ha diretto redazioni giornalistiche ed emittenti locali. Si è cimentato anche come paroliere di musica leggera. E’ nato nel 1966; e infatti vorrebbe avere la genialità di Zola e l’irruenza di Alberto Tomba. Gli eccessi di Eric Cantona, la misura di Costacurta, la bellezza di Cindy Crawford. Avrebbe tanto voluto essere al posto del moretto che balla Reality con Sophie Marceau e, soprattutto, gli sarebbe piaciuto scrivere il testo di “Baciami Ancora”, di Jovanotti. Non essendone evidentemente capace, si è accontentato di rubargli l’incipit, per questo suo quinto libro. Dopo “L’anno che si vide il Mondiale al Maxischermo” (2012), “La Libertà è un colpo di tacco” (2014), “L’amore al tempo di Mourinho” (2016), “Il Paese più Sportivo del Mondo” (2018).

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