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Il fantastico mondo di Gianfranco Zigoni

Redazione 5 Febbraio 2019

TUTTOSPORT.COM – Turbolento, sin da ragazzino. Gianfranco Zigoni nasce alla fine del 1944 a Oderzo, in provincia di Treviso. Cresce vicino alla stazione, nel quartiere Marconi, ma si comporta come fosse nel Bronx: gira con la fionda e ha la passione per le armi. Gioca nell’oratorio cittadino – il Patronato Turroni – e mette in mostra tutta la sua esuberanza, la sua classe, la sua originalità. Il ragazzo è unico: fenomenale, con piedi educatissimi, geniale e pazzoide.

FUORI DAGLI SCHEMI – È uno spirito libero, che vuole vivere fuori dal gregge. Controlla le strade del suo quartiere con la carabina e un giorno spara a un merlo, lo ferisce a morte e completa l’opera strozzando l’uccello, per non farlo più soffrire. Irruento, ma sensibile. Indisciplinato, ma fortissimo. La Juventus lo mette nel mirino: è la squadra che può farlo rigare dritto, ma in tre stagioni accumula solamente quattro presenze in Serie A. Non va a genio a tutti i compagni di squadra: il grande Omar Sivori vuole che Gianfranco gli porti la borsa, ma il ragazzo ha personalità e non è lo schiavo di nessuno. «Portatela tu!», dice Zigoni. Ha lo spirito del rocker, ma alla Juventus impongono di avere i capelli corti e di non andare fuori dagli schemi. Non è il suo mondo, è troppo giovane per ribellarsi agli Agnelli, ma vuole fare la rivoluzione. Porta con sé il mito di Che Guevara, nel suo piccolo vuole combattere le ingiustizie, ma a Torino o sei un campionissimo o sei un numero. E a Zigoni i numeri non piacciono, si sente prigioniero con la maglia bianconera addosso.

PELÈ BIANCO – Va in prestito al Genoa, segna due gol alla Sampdoria in due derby, ma retrocede. Torna alla Juventus e vince lo scudetto del 1966-67, in volata sulla Grande Inter, in una sorta di 5 maggio ante litteram. Trapattoni, che con la maglia del Milan è costretto a marcarlo, lo paragona a Pelè. Finte, tunnel, grandi gol, anche Santamaria, grande difensore del Real Madrid, si avvicina a Sivori e dice: «Sto chico è migliore del “negro”». E un giorno arriva anche il faccia a faccia tra il ragazzo insolente di Oderzo e O’Rei. All’Olimpico di Roma, uno con la maglia giallorossa, l’altro con la solita bianconera del Santos. “Zigo” crede di essere allo stesso livello del brasiliano, ma dopo due o tre giocate della “Perla Nera” vorrebbe smetterla con il calcio giocato: non sopporta l’idea che ci possa essere uno più forte di lui in questo mondo. Poi Pelè sbaglia un rigore e si dimostra umano, così Gianfranco continua la sua carriera nella Capitale, per due splendide stagioni.

A VERONA – Attraverso i giornali, gli arriva la notizia della cessione al Verona: sono lacrime. Sarebbe rimasto a lungo sulle sponde del Tevere, l’ambiente perfetto per il suo carattere, ma all’Hellas diventa leggenda. È l’unico che può presentarsi agli allenamenti in ritardo, altri della squadra protestano, ma l’allenatore Valcareggi li prende da parte e spiega: «Quando avrete i piedi di Zigoni, allora potrete svegliarvi a mezzogiorno». Più che un giocatore, sembra un cowboy: sigarette, whiskey e pistole. Ha tutte le donne ai suoi piedi, passa con loro le notti prima delle partite, è l’idolo della folla. Quel suo vivere all’estremo non fa arrabbiare i tifosi, anzi. Corre a 230 all’ora con la Porsche e non si allena. La squadra è spesso priva del suo talento a causa delle troppe squalifiche che accumula: una volta invita il guardalinee a infilarsi la bandierina in quel posto, gesto che gli costa sei giornate e sei mesi di stipendio. Chiude la carriera al Brescia, ma si rifiuta di giocare contro il Verona e quando l’età avanza, rinuncia al ritorno al Genoa per giocare con i dilettanti della squadra della sua città. Un fenomeno, dentro e fuori il campo. Con la pelliccia e il capello lungo, il basettone e l’aria di quello che sa che avrebbe potuto conquistare il mondo.

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Tags: GIANFRANCO ZIGONI juventus Verona

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