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Libri: “Ahi, Sudamerica!”, oriundi, Tango e futbol. Intervista con l’autore Marco Ferrari

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Federico Baranello) – Per la rubrica “Libri” abbiamo raggiunto e intervistato Marco Ferrari, autore del libro “Ahi, Sudamerica!”, oriundi, Tango e futbol, edito da Laterza.

Marco Ferrari, giornalista e scrittore spezzino, è redattore del quotidiano in lingua italiana “Gente d’Italia” edito in Sudamerica.

Nell’aria si sente un forte odore di fainà. Per le strade si vende “O Balilla”, un giornale in dialetto, e i carbunin usano pantaloni bleu di Genova. Eppure non siamo sotto la Lanterna, ma dall’altra parte del mondo, a Buenos Aires. Qui sono gli italiani appena immigrati a far innamorare tutti del gioco più bello del mondo, il fútbol. Questo libro ne racconta le storie, esilaranti, malinconiche e struggenti, a cavallo tra le due sponde dell’oceano, con in mente i personaggi strampalati di Osvaldo Soriano e come colonna sonora le note intense di Astor Piazzolla.

Un racconto appassionato da cui ne scaturisce una lettura coinvolgente.

Un triplo appuntamento per noi: oggi l’intervista all’autore e nelle prossime settimane due estratti del libro.

Si ringrazia la casa editrice Laterza per l’opportunità.

Buona lettura.

Il team de GliEroidelCalcio.com

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Marco, la tua nuova opera racconta di Oriundi, Tango e futbol, cosa troviamo esattamente nel libro?

Ahi Sudamerica! Oriundi, tango e fútbol” edito da Laterza racconta l’emigrazione italiana in Sud America. All’inizio del Novecento, Genova e Buenos Aires erano quasi un’unica città separata da un oceano di mare. Nel 1890 venne inaugurata dal Genio Civile genovese la Stazione Marittima. Ampliata nel 1914, venne completata nel 1930. Il nuovo edificio, composto da tre corpi di fabbrica con passerelle di collegamento tra le varie sale, divise in prima e seconda classe nel piano primo e di terza classe nel piano calata, è quello che vediamo oggi. Il gemello argentino della Stazione Marittima si chiama Hotel de los Inmigrantes, un edificio lungo e squadrato, come una caserma di diecimila metri quadrati, circondato da un parco verde, appena discosto dalle rive dal fiume, in Avenida Atlantica Argentina. È il luogo che simboleggia l’approdo di milioni di italiani sul Rio de la Plata. Oggi, vedendolo, pare dominato dal silenzio della storia. Eppure, siamo a due passi dal chiassoso centro di Buenos Aires e molto vicini al moderno Porto Madero che ha subito le stesse trasformazioni del Porto Antico di Genova con ristoranti, locali, multisale cinematografiche e centri di divertimento. Il libro narra di questa grande migrazione che ha interessato la costruzione delle città, i gusti, i costumi, la gastronomia e naturalmente il calcio.

Come nasce l’idea di raccontare proprio queste storie …

Nasce da diverse opportunità: una parte della mia famiglia è emigrata a Buenos Aires ed io ho avuto modo di passare là molto tempo, in particolare nella zona sud della capitale, dalla Boca ad Avellaneda, da Quilmes a Bernal. La seconda è che lavoro come redattore per un quotidiano in lingua italiana “Gente d’Italia”, stampato a Montevideo e venduto in Uruguay e Argentina.

Quale il metodo utilizzato per la narrazione…

Ho selezionato storie eccezionali, in particolare di oriundi, per testimoniare l’avventura di gente che è riuscita a tornare nella terra dei padri grazie al pallone.

Quanta ricerca c’è in un libro come questo …

Già negli anni Trenta a Buenos Aires e Montevideo gli italiani superavano per numero gli immigrati degli altri paesi e i nativi messi assieme. È il tempo in cui “un argentino è un italiano che parla spagnolo ma pensa di essere inglese”. Per arricchire le nascenti metropoli furono invitati, a diversi riprese, maestri architetti e artisti italiani cesellatori di forbite ricchezze urbanistiche e monumentali come Palazzo Barolo a Buenos Aires. Montevideo, poi, è stata forgiata dagli italiani: Carlo Zucchi e il Teatro Solis ideato nel 1841; Luigi Andreoni per l’Ospedale Italiano Umberto I° del 1890; Giovanni Tosi e il progetto dell’Hotel National del 1885; gli scultori carraresi Giuseppe Livi, Carlo Piccoli e Giuseppe Del Vecchio e le loro marmoree statue al Cimitero Centrale. Oggi solo le fotografie e i documentari in bianco e nero ci descrivono il cambio d’identità di tanti emigrati italiani. Poi i controlli della polizia di frontiera che non erano così severi come a Ellis Island. Quindi il primo respiro vero, a pieni polmoni, l’impatto con un mondo sconosciuto e diverso ma in fin dei conti non opposto al luogo di partenza. Ho avuto modo di passare molto tempo in Sud America e raccogliere sul campo documenti, libri, testimonianze e di conoscere persone importanti, ad esempio Alcides Ghiggia che lavorava al casinò di Montevideo.

Quali misteri svela il libro…

Pezzi di vita di personalità sportive come Monti, Orsi o Carcano che erano sfuggiti agli osservatori precedenti. Il principale mistero che svelo è quello relativo al primo allenatore italiano che vinse un campionato in Sudamerica: si chiamava Vessillo Bartoli, era nato a Vado Ligure nel 1908 e faceva parte della rosa di quella squadretta operaia di provincia che passò alla storia per essersi aggiudicata la prima Coppa Italia del 1922 battendo in finale l’Udinese. La sua modesta carriera da mediano si svolse tutta nel ponente ligure, toccando come massima quota la serie C, poiché dopo il Vado approdò al Savona e quindi all’Imperia. Appese le scarpe al chiodo, Vessillo si mette a studiare il “metodo” e quindi si fa avvincere dal “sistema” di Chapman. Qualche amico emigrato lo avvisa che il calcio sta esplodendo anche sulle sponde del Paraguay, andò laggiù, nel maggio 1950 venne assunto dallo Sportivo Luqueño. I giornali gli storpiano il nome in “Vessilio Bártoli”, confondendolo spesso con l’omonimo Vito Andrés Sabino Bártoli, allenatore argentino di nascita e italiano d’origine. Nel novembre del 1951 la compagine gialloblù conquista il suo primo campionato nazionale totalizzando 29 punti, quattro in più del secondo classificato, il Cerro Porteño, campione in carica.

Che “Cosa” è questo libro per te, cosa rappresenta

Far conoscere gli italiani diventati protagonisti del football. Sono loro a creare squadre mitiche, dagli Xenienses del Boca Juniors ai millionarios del River Plate, senza dimenticare il Club Màrtires de Chicago, anarchico e socialista, e l’Indipendiente, ovvero “Indipendientes de la patronal”. E dall’altra parte, come in un romanzo di Guareschi, il salesiano Lorenzo Massa faceva scendere in campo il San Lorenzo, la squadra oggi tifata anche da papa Francesco. Ma la febbre del calcio si trasmette a tutto il continente e gli italiani sono sempre i portatori sani di questa epidemia, da San Paolo del Brasile a Caracas, da Asunción a Montevideo, dove nasce il Peñarol, fondato da emigranti di Pinerolo”.

Perché andrebbe letto…

È il primo vero libro sulla storia degli oriundi che hanno avuto un ruolo fondamentale nel calcio italiano dagli anni venti agli anni ottanta del secolo scorso ma che ancora oggi hanno la loro importanza, come testimoniato dalla presenza di Jorginho, Toloi e Emerson nella squadra azzurra che ha vinto i recenti campionati europei.  In quelle squadre fondate dagli italiani cominciano a crescere gli “oriundi”, ovvero tutti coloro che scelsero il pallone come metodo più sicuro per percorrere a ritroso la strada verso l’Europa. Nel libro si possono scoprire le imprese e le avventure improbabili di calciatori geniali e destinati a segnare la storia: dal capitano del Bologna Badini al trio delle meraviglie del Torino fino al grandioso Guillermo Antonio Stabile, el filtrador. Così tra i tangueros della Juventus, da Cesarini a Sivori, il Bologna uruguaiano voluto da Mussolini e i romanisti, “traditori della patria”, in fuga dal regime fascista, ci sorprenderemo e commuoveremo di fronte alle vicende di questi figli dell’Europa rovesciata e depositata dall’altra parte dell’Atlantico, come scriveva Jorge Luis Borges. Storie malinconiche e surreali in cui pure Lionel Messi, la pulga, può scoprire di avere qualcosa in comune con Giacomo Leopardi.

Si parla anche di vicende economiche italiane legate al calcio sudamericano?

“Nel 1948 nacque a Caracas il Deportivo Italia rimasto in vita con quel nome sino al 2010. Era il 18 agosto ’48 quando un gruppo di emigrati prese la decisione di dedicarsi al calcio: quelle persone erano Carlo Pescifeltri, Lorenzo Tommasi, Bruno Bianchi, Giordano Valentini, Samuel Rovatti, Angelo Bragaglia, Giovanni Di Stefano, Giuseppe Pane, Luca Molinas e Alfredo Sacchi. Gli anni d’oro degli “Azules”, dai colori della maglia, identici alla nazionale italiana, furono quelli dell’era dei fratelli Mino e Pompeo D’Ambrosio, originari di San Marco Evangelista, provincia di Caserta, che durò dal 1958 al 1978. In venti anni arrivano grandi successi: quattro campionati nazionali, cinque secondi posti; tre Copa de Venezuela; sei partecipazioni alla Copa Libertadores. Nell’agosto 1998 il Deportivo Italia – passato sotto il controllo della multinazionale italiana Parmalat – divenne “Deportivo Italchacao Fútbol Club, S.A.”, mantenendo i colori, il logo e la storia della squadra degli “Azules” della comunità italiana nel Venezuela. L’Italchacao vinse il Campionato di calcio venezuelano nel 1999 e fu secondo l’anno successivo. Con il crack Parmalat del 2003 l’Italchacao sprofondò in Seconda Divisione venezuelana e rinvigorì i suoi trascorsi solo nel 2006 riacquistando il nome originario di Deportivo Italia, sotto la direzione tecnica di Raul Cavalieri e la presidenza dell’Italo-venezuelano Eligio Restifo. Dal 2010 di nuovo il cambio di nome a favore di Deportivo Petare Fútbol Club, voluto dall’azionista maggioritario della squadra capitolina, l’ingegnere Mario Hernández. Una decisione illegale secondo l’allora presidente Restifo”.

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