Storie di Calcio

29 novembre 1998 – “Il Derby Infinito”

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Francesco Giovannone) – Zdenek Zeman, il tecnico boemo alla guida della Roma nella stagione 1998/1999, era solito rispondere alla domanda “Mister, ma lei cosa pensa del Derby?” con la seguente risposta: “Il Derby? partita come tutte le altre”. Sarebbe stato molto interessante ascoltare la sua risposta se qualcuno gli avesse posto la stessa domanda all’indomani di una gara che tifosi laziali e romanisti, all’unisono, difficilmente dimenticheranno: parliamo del Derby della Capitale che si disputa il 29 novembre 1998, ricordato anche come il derby “infinito”.

Quella sera va in scena allo stadio Olimpico di Roma una delle stracittadine più emozionanti, incerte e pazzesche che si possa ricordare, quella sera probabilmente viene riscritta una storia che sembrava già avere decretato vinti e vincitori.

I tifosi bianco-celesti, in quel periodo, possono contare su una squadra di primo livello, molto più competitiva rispetto ai dirimpettai giallorossi, basti ricordare alcuni degli elementi di maggiore spicco che compongono la rosa a disposizione di Mister Sven Goran Eriksson: “el matador” Marcelo Salas, il fuoriclasse Roberto Mancini, il fortissimo centrocampista serbo Stankovic, “el tractor” Almeyda ed altri. Inoltre la squadra guidata dal tecnico boemo viene da precedenti disastrosi negli ultimi scontri diretti con la Lazio, tanto che nella stagione precedente subisce quattro (4!) sconfitte consecutive tra campionato e Coppa Italia.

Lo scenario, per i romanisti, si prospetta quindi dei peggiori, non c’è nessun appello, bisogna infrangere un vero e proprio tabù, non si può permettere ai cugini di laziali di calare un pokerissimo che sarebbe passato direttamente agli annali del calcio.

Quella sera lo stadio Olimpico è vestito a festa e le coreografie delle due curve impreziosiscono una cornice di pubblico già bellissima. Proprio una delle due scenografie, quella messa in piedi dalla Curva Nord laziale, richiama ad uno scenario nefasto e allo stesso tempo beffardo per i cugini giallorossi: un enorme Mr. Enrich (questo il nome del tifoso-mascotte-icona del tifo bianco-azzurro, nato da un fumetto inglese e simbolo del gruppo ultras “Irriducibili”) mostra, sullo sfondo di un tavolo verde da gioco, quattro assi di diverso colore, ed uno striscione a corredo recita: “fate il vostro gioco … noi poker servito”. Il riferimento al “gioco” bello, ma poco pratico e infruttuoso, insegnato dal tecnico boemo e il rimando ai quattro derby stravinti nell’annata precedente da parte della Lazio, rappresentano dei messaggi chiari e per nulla subliminali che hanno come unico destinatario la Curva Sud romanista.

Queste premesse non possono non motivare ancora di più la Roma che parte vogliosa di riscatto (del resto come non può essere altrimenti?) nella prima metà del tempo e, al minuto ’25, Marco Delvecchio, punta giallo-rossa (destinato a diventare più tardi il miglior marcatore nella storia romanista dei derby), approfittando di un errore del portiere laziale Marchegiani, pone la sua personalissima firma sulla partita con un goal molto bello, realizzato e festeggiato sotto la curva avversaria. Si sta prospettando forse il riscatto romanista? Non è esattamente così, la gioia dei romanisti dura, infatti, appena lo spazio di tre minuti, il tempo necessario al fuoriclasse bianco-azzurro Roberto Mancini di bucare la porta romanista con uno splendido tiro al volo che mostra (semmai ce ne fosse stato bisogno) la grande classe del numero dieci laziale: è 1 a 1 ed il primo tempo si chiude con questo risultato di parità.

Anche se le avvisaglie del risveglio laziale, nel primo tempo, si sono percepite nitide, la situazione si mette ancor peggio per la truppa di Zeman quando, nella ripresa, ancora una volta, Roberto-goal bissa la sua prodezza al 56mo minuto: da uno spiovente, con un tocco magico, spinge di nuovo la sfera alle spalle del malcapitato portiere romanista Chimenti. I giallo-rossi, incapaci di una pronta e lucida reazione, si rendono presto conto che davvero, a volte, non c’è mai fine al peggio. Per rendere perfetta la festa laziale manca all’appello il bomber Salas che però non si fa attendere molto e che quindi, al minuto ’69, trasforma un rigore, concesso per un fallo (tanto plateale quanto netto) commesso, ai danni dello stesso cileno, dal carneade camerunense Pierre “Chicchino” Wome, pittoresco e grezzo difensore camerunense in forze alla Roma di quel tempo. Cala quindi notte fonda per la squadra del presidente romanista Sensi: il nervosismo sale, così come il desiderio di recuperare il risultato (che a dire la verità sembra ormai scritto) e, forse, proprio la troppa foga agonistica è fatale a Fabio Petruzzi, difensore romano e romanista, non esattamente raffinato tecnicamente, che si fa espellere (col doppio giallo) per un fallo evidente ed evitabile. Sotto di 3 a 1 e con un uomo in meno, neanche il più ottimista dei tifosi della Roma pensa ad un epilogo diverso da una disfatta epocale.

Quella sera però il Dio del calcio (che non è sempre del Boca) decide di indossare una sciarpa dai colori giallo ocra e rosso pompeiano, e quindi di scendere in campo. Pochi minuti più tardi, infatti, il forte centrocampista laziale Dejan Stankovic, pur realizzando un goal del tutto regolare, si vede annullare la segnatura dall’incerto arbitro Farina. Proprio in occasione di questo episodio, tutto cambia e le sliding doors giallorosse si aprono, inaspettatamente, ad uno scenario nuovo e migliore.

Ogni Dio che si rispetti ha però sempre un Messia e il Dio del calcio, quella sera, sceglie per diffondere il suo verbo in terra, un ragazzo ventiduenne nato e cresciuto a Roma e nella Roma, maglietta numero 10 sulle spalle, astro nascente del calcio italiano, e che risponde al nome di Francesco Totti (da Porta Metronia, angolo del quartiere San Giovanni a Roma). È proprio lui ad invertire le sorti in una notte che sembra oramai stregata, a rompere un incantesimo ormai troppo duraturo. Al minuto ’78 serve, all’interno dell’area avversaria, un assist al bacio ad Eusebio Di Francesco (un altro predestinato nella storia romanista) che, con la punta del piede, riesce a mettere dentro il goal del 2-3 che restituisce una flebile speranza di recuperare ai ragazzi di Zeman.

In pochi, oltre ai più accesi supporters giallo-rossi credono, comunque, nella rimonta, perché tanto è lo squilibrio delle forze tecniche in campo, e ormai sono soltanto una decina i minuti che separavano le squadre dalla fine delle ostilità. Ci crede, invece, eccome, il messia in pectore Totti che decide di mettere sulla partita il suo personale sigillo, spingendo, con un tiro carambolato, sporco e magico allo stesso tempo, il pallone per la terza volta oltre le spalle del numero uno biancoceleste. Nei nostri ricordi di innamorati del calcio è nitido il fotogramma di quella palla che rotola piano piano verso la rete, quasi come fosse imprigionata al rallentatore, e che regala ai ragazzi della Sud il tempo di pregustare una rimonta epica e, a quelli della Nord, di preconizzare una beffa purtroppo da ricordare nel tempo. Questa rete è anche la prima (di quella che poi sarà una lunga serie) messa a segno nel derby dal ragazzo di Porta Metronia che entra in questa maniera di diritto nel gotha dei beniamini giallorossi.

Non accade spesso, ma questa volta la squadra meno dotata tecnicamente, ormai alle corde, con un uomo in meno, per di più in un derby, recupera ben due reti agli odiati rivali, più bravi, più pagati, più tutto.

Sarebbe già sufficiente così, ma non è di questo avviso “Super” Marco Delvecchio attaccante romanista, ansioso di diventare capocannoniere assoluto nella storia della stracittadina romana. È proprio lui che, quasi allo scadere, insacca di testa il clamoroso 3-4 ribaltando il risultato a favore della compagine giallo-rossa. L’Olimpico, quello romanista, impazzisce per una manciata di secondi prima che arrivi un fischio dell’arbitro. Forse per pareggiare una precedente decisione sbagliata che aveva penalizzato la Lazio, oppure per mantenere l’ordine pubblico in città chissà, l’arbitro Farina decide che quel gol (seppur regolare) non va convalidato, mettendo in questa maniera salomonicamente fine ad un confronto che già si era infuocato al di sopra dei livelli di guardia.

Forse Mr. Erich che, all’inizio della storia, sfoggiava fiero i suoi quattro assi avrebbe scommesso su un epilogo ben diverso a favore della corazzata laziale ma, quella sera, è entrato in scena il Dio del pallone che ha nominato suo messaggero un giovane ragazzo che da li a venti anni avrebbe scritto in maniera indelebile la storia del calcio in Italia e non solo.

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