Il calcio in Tv: dalle dirette anni '50 allo streaming dei nuovi Eroi - Gli Eroi del Calcio
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Il calcio in Tv: dalle dirette anni ’50 allo streaming dei nuovi Eroi

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Alessandro Mastroluca) – La nuova era del calcio sta iniziando. I prossimi eroi del calcio, Mbappé e Haaland, Foden e Bellingham, saranno i protagonisti di uno sport-prodotto globale destinato a vivere sulle piattaforme di trasmissione in streaming. Twitch ha trasmesso per la prima volta una partita della Liga spagnola, in Italia Amazon ha acquisito un pacchetto di tredici a stagione della Champions League e dal 2021 tutta la Serie A verrà trasmessa su DAZN. L’ingresso nel mercato di soggetti come Amazon, con modelli di business non legati soltanto alla trasmissione di eventi sportivi e dunque non strettamente vincolati al numero di abbonamenti che quei contenuti potranno generare, rappresenta il primo passo di un percorso forse inarrestabile.

Sta cambiando il calcio, sta cambiando il pubblico che al calcio si avvicina attraverso i videogame, che guarda highlights e frammenti di giocate spettacolari, e magari spera di vedere un Bayern Monaco-PSG alla settimana, come in tanti hanno invocato sui social network dopo le due spettacolari sfide per i quarti di finale di Champions League. Sembra esserci una porzione di pubblico, dunque, pronta alla SuperLega, sogno capitalistico per i club più ricchi, nemico numero 1 per le leghe, le federazioni e le confederazioni per il deprezzamento conseguente dei campionati nazionali. Al centro anche della lunga diatriba tra i club e la UEFA, iniziata già alla fine degli anni Novanta, c’è proprio la questione televisiva: l’ammontare dei diritti tv da un lato, i meccanismi di spartizione della torta dall’altra. Finora, la UEFA ha assecondato i desiderata delle big senza recedere dal principio del merito per l’accesso alle coppe e al principio della competizione aperta. In questo modo ha creato una situazione di disequilibrio: l’Unfair Play è diventato lo scenario dominante in Champions League, nonostante le intenzioni del fair play finanziario.[1]

In questo modo gli eroi del calcio moderno si addensano nelle solite squadre, e si alimenta la dipendenza fra risultato economico e risultato sportivo. Un legame che, come emerge dai dati del Report Calcio 2020 della FIGC, è più forte in Serie A che negli altri principali campionati europei (Bundesliga, Liga, Ligue 1, Premier League). E i ricavi, in Italia, dipendono in gran parte dai diritti televisivi che hanno spaccato in due le società all’interno della Lega Serie A, divise sull’assegnazione del campionato a Sky o DAZN e sull’ingresso dei fondi privati collegato alla creazione di una media company interna.

Il rapporto fra il calcio e la televisione in Italia è rimasto a lungo conflittuale e caratterizzato dalle origini della tv fino alla fine degli anni Novanta dalla diffidenza, dal timore che la diretta tv riducesse la presenza dei tifosi negli stadi. Per questo il primo esperimento di trasmissione in diretta del calcio in tv, dopo il pionieristico Juventus-Milan 7-1 del febbraio 1950, dura solo una stagione, il 1955-56. L’accordo con la Lega prevede la trasmissione sulla Rai di una partita a rotazione fra Serie A, B e C al sabato. Sono i primi anticipi. I giornali non comunicano il match, per non penalizzare l’affluenza, già ridotta non giocandosi la domenica. Il primo anticipo di A è Atalanta-Triestina del 15 ottobre 1955, l’ultimo Milan-Pro Patria del 28 aprile 1956. Il botteghino rimane prioritario per le società di allora. Così anche lo storico programma radiofonico Tutto il calcio minuto per minuto manda in onda solo i secondi tempi delle partite, e spesso le partite interne delle squadre italiane nelle coppe europee si possono vedere su tutto il territorio ma non nella città o nella regione in cui si disputava la partita.

Dagli anni Novanta, il bisogno di risorse cambia gli equilibri nel rapporto fra le società e la televisione. Dal 1993, lo “sportivo da poltrona” deve introdurre un nuovo termine nel suo personalissimo vocabolario: posticipo. Il calcio sbarca sulla prima pay-tv italiana, Telepiù, che paga 44,8 miliardi di lire l’anno per tre anni per 28 posticipi di Serie A e 32 anticipi di Serie B. Per la Serie A i criteri prevedono un massimo di cinque passaggi tv per le prime sette del precedente campionato e un minimo di due per le altre. L’era dei posticipi inizia alle 20,30 del 28 agosto 1993: Lazio-Foggia 0-0, con la telecronaca di Massimo Marianella. Fino al 1996, la Lega incassa i proventi e li suddivide in parti uguali tra le squadre. Il valore complessivo dei diritti tv raddoppia nel giro del primo triennio. Allora nel 1996, la Lega prova ad alzare ancora i ricavi mettendo all’asta anche i diritti per le sintesi del campionato e le dirette della Coppa Italia, fino a quel momento venduti alla Rai. Vince Vittorio Cecchi Gori, all’epoca proprietario di Telemontecarlo, che poi si accorda con Rai e Fininvest per spartirsi i diritti. È un anno chiave, nella storia televisiva italiana, perché i francesi di Canal+ acquistano Telepiù e passano a un modello di business centrato sui contenuti premium. Dunque, anche sul calcio. I costi crescono e dal 1998, la pay-tv italiana scopre la concorrenza: debutta Stream, controllata da Telecom Italia e poi acquistata un anno dopo dal magnate australiano Rupert Murdoch.

Nel settembre 1997 le squadre trovano un accordo per la ripartizione dei diritti con le pay-tv per il triennio 1997- 1999. Questi i nuovi parametri di redistribuzione:

− Diritti in chiaro: 58% alla serie A e 42% alla serie B;

− Diritti criptati: 75% alla serie A e 25% alla B;

− Diritti esteri: tutti alla serie A.

Ma alcune squadre (Juventus, Milan, Inter, Napoli, Bologna, Cagliari, Empoli, Torino e Bari) negoziano individualmente con Telepiù i diritti di trasmissione fino al 2005. Murdoch lancia un’offensiva senza precedenti. Vuole tutta la serie A. Per evitare il monopolio si mobilita la politica. Il Governo D’Alema approva, il 30 gennaio 1999, il decreto legge n.15, convertito nella legge 78/99, che pone un limite: uno stesso soggetto non può acquisire più del 60% dei diritti di trasmissione del campionato. In questo modo salta uno dei capisaldi della contrattazione fino a quel momento. La titolarità dei diritti televisivi non è più della Lega, che organizza il campionato, ma delle singole squadre.

Per effetto della legge, tra il 1998 e il 1999 Tele+ stipula contratti con 11 squadre di serie A (Juventus, Milan, Inter, Bologna, Cagliari, Torino, Bari, Verona, Piacenza, Perugia, Reggina) e 19 di serie B (Napoli, Empoli, Salernitana, Genoa, Savoia, Cosenza, Vicenza, Atalanta, Treviso, Monza, Pescara, Chievo, Ravenna, Cesena, Brescia, Ternana, Alzano, Pistoiese, Fermana). Stream, nello stesso periodo acquisisce i diritti delle partite casalinghe di 7 società di serie A (Roma, Lazio, Fiorentina, Parma, Udinese, Venezia, Lecce) e di una sola squadra di serie B, la Sampdoria.

Lo scenario scontenta presto le squadre medio-piccole che nel 2002 si vedono offrire meno di cinque milioni per i diritti delle loro partite. Otto “disobbedienti” di serie A (Atalanta, Brescia, Chievo, Como, Empoli, Modena, Perugia e Piacenza) e tre di serie B (Venezia, Verona, Vicenza) si riuniscono in consorzio, il Plus Media Trading, e chiedono più soldi. Le prime squadre per fatturato (Milan, Juventus, Inter, Roma, Lazio e Parma) si impegnano a sborsare 6 milioni ciascuna circa per colmare il divario tra le richieste delle piccole e le offerte delle pay-tv. Un anno dopo, l’Europa approva la fusione fra Telepiù e Stream determinata dalle difficoltà economiche legate anche al proliferare delle schede pirata. Sky, la nuova pay-tv, è vincolata fino al 31 dicembre 2011, a non entrare in mercati diversi dal satellite.

Il resto è storia recente, e dimostra la difficoltà di reggere un sistema concorrenziale in Italia con tutte le partite disponibili in diretta. Finché è rimasta in vigore la contrattazione individuale, ovvero ogni squadra negozia per sé, non ha funzionato la concorrenza all’interno della stessa piattaforma: Mediaset Premium ha cannibalizzato La7 Cartapiù poi diventata Dahlia TV, Sky nel 2004 ha assorbito dopo pochi mesi Gioco Calcio, la pay tv satellitare posseduta al 10% dalla Lega. Non è andata meglio dopo l’approvazione della legge Melandri che, in nome dell’equilibrio competitivo dei campionati, ha ripristinato la contrattazione collettiva, gestita dalla Lega per tutti, dopo l’approvazione della vendita con questo principio dei diritti tv della Bundesliga e della Champions League da parte dell’Unione Europea, a lungo contraria a forme simili di restrizioni alla libera concorrenza anche nello sport.

Nello scenario attuale, come noto, Sky e DAZN si spartiscono gli incontri in base alle fasce orarie, e i venti big match definiti a inizio stagione in proporzione alla fetta di partite trasmesse (16 Sky, 4 DAZN). Ma dal 2021 le società di Serie A hanno votato per assegnare i diritti per le partite di tutto il campionato a DAZN, di cui tre a giornata saranno trasmesse non in esclusiva. Le società hanno votato l’offerta economicamente più alta, indipendentemente dai possibili problemi tecnici, dallo stato dell’infrastruttura di rete, dal rischio di perdere la quota di pubblico più anziano o con una più bassa alfabetizzazione digitale. Anche questo, nella crisi del calcio italiano, è un segno dei tempi. Il calcio che temeva la tv perché allontanava i tifosi dagli stadi, ora allontana i tifosi dalla tv. È l’economia del nuovo calcio, bellezza.

[1]    A.Mastroluca, “Unfair play”, Bradipo Libri, 2020

 

Fonti

FIGC, “Report Calcio 2020”

AA.VV, “Le mani della criminalità sulle imprese”, Confesercenti, 2004

Legge 78/99

AGCM, Provvedimento n. 15362, 28 giugno 2006

Commissione Europea, comunicazione 2004/C 229/04

A.Mastroluca, Unfair play, Bradipo Libri, 2020

 

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Giornalista e scrittore foggiano trapiantato a Roma, scrive di sport da oltre dieci anni. Membro della Siss, è anche telecronista per Supertennis, autore e conduttore radiofonico. Per GliEroidelCalcio in convenzione S.I.S.S.

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