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“Tanto vale attaccare” … auguri a Giovanni Galeone, il profeta dei sogni

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Lucio Biancatelli) – Nel mondo del calcio esistono due categorie di allenatori: quelli che vincono, e quelli che fanno sognare. Alla prima categoria appartengono i Mourinho, i Conte. Sono quelli che ingaggi a peso d’oro per raggiungere l’obiettivo, il trofeo. Non chiedere loro altro: per questa categoria l’unica cosa che conta è la vittoria. C’è anche una squadra, che non cito, che questa frase se l’è scritta sulla maglia. ” Vincere è l’unica cosa che conta”. Calpestando i più elementari principi di etica sportiva. Dimenticando i valori che sono a fondamento dello sport: rispetto delle regole (uguali per tutti) e dell’avversario, lealtà sportiva. Questo è ciò che veramente conta.

Poi c’è una seconda categoria di allenatori, che io chiamo “Gli allenatori dei sogni”. Essi danno qualcosa di più del trofeo, perché sanno regalare i sogni. Tra questi ci metto Giovanni Galeone e Zdenek Zeman. Con loro al timone non si vincono scudetti, ma si costruiscono valori attorno ad un pallone, ad un campo di calcio, ad una squadra. E, quel che è più importante, attorno ad una città e una tifoseria. C’è anche qualcuno, raro come il panda, che ha saputo essere entrambi. Mi viene in mente un solo nome: Nils Liedholm.

Il Presidente della Roma, Dino Viola, all’indomani della vittoria dello scudetto numero 2 della storia della Roma, l’8 maggio 1983, disse ai microfoni della Rai che quella vittoria (scippata due anni prima dal famoso gol annullato a Turone), liberava finalmente i tifosi giallorossi “dalla prigionia del sogno”. Una frase bellissima, un monito un incipit. Dopo una sconfitta con il Pescara all’Olimpico, Dino Viola disse: “Galeone sarà l’allenatore della Roma degli anni 90”. Perché poi non avvenne? Perché Galeone non andò al Napoli, nonostante una investitura nientemeno che di Diego Armando Maradona, che lo voleva dopo Ottavio Bianchi?

Troppo fuori dagli schemi, troppo poco incline alle ipocrisie di cui è pieno il mondo del calcio, troppo rischiosa la sua idea di gioco, troppo scomodo per qualsiasi presidente? Chissà, sta di fatto che la grande occasione per Galeone non è mai arrivata. Non può certo definirsi tale il breve intermezzo sulla panchina di un Napoli che a fine secolo retrocedeva miseramente in B. Con Viola si incontrò anche, ma alla fine non se ne fece nulla. “Per il maestro avrei anche fatto il secondo allenatore, cosa che non avrei fatto per nessun altro” mi confessò una sera a cena Galeone, di fronte a un buon bicchiere di vino ovviamente. Il maestro era il Barone, Nils Liedholm.

Provate a chiedere ai tifosi del Pescara chi è Galeone. Andate in giro per la città, chiedete alla gente. Fatevi raccontare, soprattutto dai non più giovani. Galeone portò in Serie A una banda di ragazzini perlopiù esordienti, con qualche “reduce” dell’anno prima. Reduce da una retrocessione in C che si tramutò in ripescaggio all’ultimo minuto. E quando Enrico Rocchi, al triplice fischio di Casarin quel 21 giugno 1987 (Pescara -Parma 1-0 gol di Bosco, Galeone contro Sacchi) urlava in radio “E’ un miracolo!” aveva ragione. Galeone il profeta, arrivato a Pescara “perché in fin dei conti costava meno” (Parole di Vincenzo Marinelli) aveva compiuto il suo primo miracolo. Portando a Pescara Leo Junior e Baka Sliskovic, vincendo all’esordio a San Siro con l’Inter, conquistando una meritata salvezza in A l’anno successivo, compì il secondo. Liberando i tifosi del Pescara dalla prigionia del sogno. Tutto è possibile per chi ha coraggio. Per chi ama osare e non difendersi, per chi cerca sempre il gol e si mette in gioco. In verticale, tre passaggi e via, Pagano e Berlinghieri inarrestabili lungo le fasce e Rebonato, il bomber misterioso, segnerà in B 21 gol senza rigori. Come solo Paolo Rossi e Chinaglia avevano saputo fare.

Scrive Gianni Mura nella prefazione di “Poveri ma belli” (Ultra sport): “Il cuore conosce ragioni che la ragione non comprende. Frase di Blaise Pascal che non era un cronista sportivo, ma può funzionare ugualmente. Il Pescara di Galeone aveva tutto quello che serve: una coraggiosa allegria, un’idea di base: la difesa pura significa sconfitta certa, quindi tanto vale attaccare”.

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Nato a Roma nel 1963 da mamma abruzzese, fin da piccolo si appassiona al calcio (in particolare alla Roma di Liedholm e Pierino Prati), alla natura e agli animali. Laureato in filosofia, è giornalista dal 1991: ha lavorato da programmista in Rai, ha collaborato con l’Unità, l’Ansa e la Stampa, oggi con Huffington. Lavora nell’Ufficio stampa del WWF Italia e coordina la collana editoriale “Orme”, libri con al centro la natura e chi la protegge. Come autore ha pubblicato 5 libri e da qualche anno si dedica al racconto dello sport “vintage”, che considera decisamente più affascinante dell’attuale, prima con il tennis dell’epoca di Panatta e Bertolucci (“Pasta Kid” la biografia di quest’ultimo e “1976, Storia di un trionfo” scritto con Alessandro Nizegorodcew sull’unica Coppa Davis italiana) e poi con il calcio anni ’80 con “Poveri ma belli, il Pescara di Galeone dalla polvere al sogno”, sempre per ULTRA Sport. Per quest’ultimo libro va molto fiero della prefazione di Gianni Mura, che non dimentica mai di ricordare ogni volta se ne presenti l’occasione.

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