Storie di Calcio

Zico, l’eroe che scese dal monte Corcovado per “benedire” il Friuli

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Matteo Vincenzi) – Poteva passare dal rossonero “orizzontale” del Flamengo a quello “verticale” del Milan. Sembrava fatta nel 1981, ma la società di Rio de Janeiro, proprietaria del cartellino, alla fine decise di non privarsi del suo fuoriclasse. E la capimmo, anche se a malincuore. Perché quell’anno Arthur Antunes Coimbra, in arte Zico, trascina il Flamengo, detentore della Coppa Libertadores, alla vittoria della Coppa Intercontinentale sui campioni d’Europa del Liverpool, schiantati con un inappellabile 3-0. Grazie alla sua prestazione, Zico fu eletto miglior giocatore della partita e premiato con una Toyota.

Nel 1982 è la “stella fra le stelle” della nazionale brasiliana ai Mondiali di Spagna. Quel Brasile praticava un calcio sublime, un altro sport. Era una squadra ricca di individualità prodigiose caratterizzate da dribbling, piroette, possesso palla e colpi di tacco efficaci che resero grande il futebol bailado. Osservando le gare del primo girone non si vede proprio chi possa competere con i verdeoro guidati da Telé Satana. 2-1 sull’Urss, 4-1 sulla Scozia e 4-0 sulla Nuova Zelanda. Zico è il mattatore assoluto, va a segno in tre occasioni e ispira le reti dei compagni.

Nel secondo turno la Seleçao travolge anche l’Argentina di Maradona (suo il gol d’apertura e l’assist filtrante da manuale con cui manda in rete Junior), ma poi viene sconfitta 3-2 dall’Italia di Bearzot nella sfida che in patria verrà tramandata come la tragedia del Sarrià perché nessuno poteva immaginare ad un epilogo quale quello che si consumò nello stadio di Barcellona.

Zico giunge in Italia dopo la delusione più cocente, ma anche stavolta i tifosi rossoneri non potranno beneficiare della sua arte sopraffina applicata al rettangolo verde. È l’estate del 1983 e si sta per concretizzare l’operazione di calciomercato che ha trasformato l’utopia in realtà. Al termine di un tira e molla infinito tra società e Federcalcio, il campione brasiliano approda all’Udinese. L’entusiasmo è alle stelle, ma le polemiche e i grattacapi giurisdizionali non mancano. Qualora la Figc non avesse sbloccato il trasferimento, il capoluogo friulano si era detto pronto a chiedere l’annessione all’Austria.

Fondamentale nella risoluzione della querelle fu il mondo politico fino ai più alti vertici dello Stato, compreso il presidente della Repubblica Sandro Pertini. Gli ostacoli vengono finalmente rimossi e Zico viene “incoronato” sulla pubblica piazza. Anche Udine, dopo Roma con Falcao, aveva trovato il suo Re.

Il regno durò solo un anno e mezzo, a causa di una serie di infortuni che non gli danno tregua, specie nella stagione successiva. Ma fu sufficiente per regalare domeniche di poesia sopraffina e un precampionato esaltante. Il 31 luglio, in occasione dell’amichevole con l’Hajduk Spalato, Zico è subito protagonista firmando uno dei tre gol con i quali l’Udinese regola gli slavi. Seguono due amichevoli di prestigio: a Udine cadono prima il Real Madrid (2-1, Santillana, Zico e Causio i marcatori) e poi il Vasco de Gama (3-0). La squadra di Enzo Ferrari si presenta ai nastri di partenza con il ruolo di mina vagante. L’esordio è da lustrarsi gli occhi: 5-0 al Genoa al Ferraris, con Zico che timbra la sua prima doppietta italiana. Per tutto il girone di andata l’Udinese gioca alla pari con le grandi che all’epoca erano la Roma e la Juventus, ma strada facendo, complice le incerte prospettive di futuro determinate dalle lotte tra il presidente Lamberto Mazza e il general manager Franco Dal Cin e dalla mancata riconferma dell’allenatore Ferrari per l’anno successivo, il rendimento diventa troppo altalenante e i bianconeri mancano per un soffio la partecipazione alla Coppa Uefa. A fine stagione saranno 19 le reti di Zico, una meno del capocannoniere Michel Platini. Gol mai convenzionali. Ma il marchio di fabbrica rimangono i calci di punizione, pennellate in grado di disegnare traiettoria imprendibili, lasciando di sale portieri e barriere. Da allora, nelle dirette radiofoniche di «Tutto il calcio minuto per minuto», alle interruzioni per un gol o per un rigore se ne aggiunse una terza: quella per le punizioni di Zico.

Una delle reti più belle e significative la firma a San Siro in rovesciata proprio contro quel Milan che poteva diventare la sua squadra. E lì succede qualcosa di incredibile, ben prima di Cristiano Ronaldo allo Stadium: i tifosi rossoneri si alzano in piedi per applaudire a lungo la prodezza del brasiliano. Il 3-3 finale passa quasi in secondo piano. Giusto così. Ma è al Cibali di Catania che si consuma un paradosso mai visto prima in un campo di serie A, con tutto lo stadio avversario che non smette di gridare «Zico-Zico». E lui “ripaga” l’entusiasmo con una doppietta. Nel campionato seguente la squadra s’indebolisce (Causio approda all’Inter e Virdis al Milan) e sebbene richieste non manchino, Zico sceglie di vestire ancora la maglia bianconera per una questione affettiva. Col senno di poi non fece un grande affare. L’infortunio patito a gennaio in un amichevole a Brescia lo costringerà a fermarsi per lungo tempo. Rientra in tempo per segnare due gol a Inter e Juventus prima di risolvere anticipatamente il contratto con la società. «Ho dato gioia a tante persone, ne sentivo la responsabilità», disse. Anni dopo, quando gli chiesero se il piccolo club friulano fosse stato un ripiego, la risposta fu degna del campione che è stato dentro e fuori dal campo. «Nel calcio e nella vita la cosa più bella sono i ricordi che ti porti dietro. E a Udine sono stato felice».

Una frase che racchiude l’essenza del legame indissolubile con la città, pronta in quel 1983 all’insurrezione popolare per avere il campione carioca. Ma eravamo in pieno “romanticismo calcistico”, dove i protagonisti del gioco più bello del mondo venivano un po’ visti anche dai bambini come delle divinità terrene. Zico ha impersonato con incredibile efficacia tutto ciò, scendendo dal monte Corcovado per benedire con la sua tecnica superba quel Friuli laborioso e orgoglioso che, anche se poco, ne ha potuto ammirare le gesta e il talento.

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