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Storie di Calcio

25 gennaio 1980 – Intervista con il vicepresidente dell’Inter Prisco… una vita all’ombra del biscione

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GLIEROIDELCALCIO.COM – Con la nostra continua ricerca di storie del passato quest’oggi vogliamo regalare ai nostri lettori questa bellissima intervista all’Avvocato “Peppino” Prisco da parte di Giorgio Gandolfi e pubblicata sulle colonne de La Stampa del 25 gennaio del 1980.

Il ricordo dell’Avvocato è indissolubilmente legato alla storia dell’Inter; è lui l’interista per antonomasia, simpatico anche agli avversari … ma solo quando non era il tuo rivale di turno.

Un grande amante dell’ironia, la utilizzava per comunicare e colpire gli interlocutori, sempre però con grande classe.

“… Prisco è più interista di Fraizzoli: esattamente da 30 anni vive e si agita, dialetticamente, all’ombra del biscione, sempre pronto a difendere la sua «fede», a gettare sul taccuini bianchi del cronisti battute caustiche… L’ultima è per un compagno dei banchi di scuola, Oreste Del Buono, suo «nemico» sportivo da quando nel ’35 emigrarono a Milano, «In questi giorni, poveretto – dice Prisco – deve fare i salti mortali sulle pagine del Corriere per trovare una spiegazione alla crisi del Milan. Non l’ha ancora trovata ma è semplice. Lo scorso anno ai rossoneri andava tutto bene, avevano una fortuna sfacciata. E poi c’era Liedholm, senza nulla togliere al bravo Giacomini, Rivera, anche quando non giocava, era uno stimolo per gli altri: prima o poi poteva rientrare e chi gli scaldava il posto si sentiva sollecitato. Qualcuno ora si è seduto. L’unica cosa che il Milan non ha sbagliato è stata la campagna acquisti, per il semplice motivo che non l’ha fatta”.

“Trent’anni nel clan nerazzurro, una vita. Ha gustato giorno dopo giorno i sette scudetti del dopoguerra a fianco di presidenti come Masseroni, Moratti, Fraizzoli, tre personaggi completamente diversi, uguali soltanto nell’ambizione tricolore. È logico, nel momento in cui l’ultima Inter sembra correre verso lo scudetto, chiedere al tutore della società un confronto con la squadra di Invernizzi (1971) se non addirittura con quella forse ineguagliabile di Herrera (1966). Prisco non esita nella risposta. «Sono formazioni – dice – con caratteristiche completamente diverse. Nel 1971, ultimo scudetto, ci fu il canto del cigno della grande Inter, vinsero i resti di un complesso che il “mago” dopo Mantova, chissà perché, volle distruggere preso come era dalla febbre del rinnovamento. Fu accontentato in tutto ma non seppe meditare e fare le scelte logiche cambiando con nomi strani».

L’Avvocato continua rispondendo a domande sull’Inter del momento…

“E’ un’Inter nata dall’abile lavoro dei suoi dirigenti, si esprime con intelligenza ed efficacia. Fa la sua corsa con disinvoltura e non è colpa nostra se gli altri non tengono il passo. Con un paio di acquisti indovinati e con due stranieri di valore europeo, questa squadra può tenere validamente il campo per molti anni, a differenza di quanto ha saputo fare il Milan, e sulla falsariga dell’ultima Juventus. Ora ci accusano di uccidere il campionato e in primo tempo anche al sottoscritto era venuta la convinzione che si trattasse di un omicidio premeditato. Invece mi accorgo giuridicamente parlando che si tratta di un “omicidio assenziente”. C’è la piena collaborazione della vittima”.

Poi dice la sua su Beccalossi… “Gioca divinamente la palla, ce ne sono pochi come lui. Affermano che manca di continuità ma se non sbaglio nel calcio non è mai stato possibile portare la croce e cantare. Atleti come lui devono essere sollevati da certe incombenze per potersi esprimere al massimo. Domenica contro l’Udinese non ha fatto cose eccezionali ma provate a ripensare al suo spunto da gol, alle due palle consecutive che ha messo sui piedi di Oriali e converrete che in 90′ possono bastare da parte sua anche un paio di azioni simili. Lui, ripeto, non deve portare la croce ma soltanto cantare”. Beccalossi sarebbe «entrato» nell’Inter di Herrera? “Altroché – rispondeil “mago” fece giocare elementi come Milani, Cappellini, Landini, un Beccalossi gli sarebbe stato utile considerato che la squadra possedeva un ingranaggio perfetto. Peccato che dopo cinque anni di completo dominio, l’Inter fosse destinata a crollare: ma è giusto che le dittature crollino”.

Su Fraizzoli… “Un presidente dal cuore d’oro, senza limiti. Ha saputo circondarsi di gente in gamba e di un punto d’appoggio come Mazzola”. Quindi su Mazzola …”… non è ancora arrivato all’altezza del Mazzola giocatore però è sempre molto abile, prudente, rispettoso e intelligente. Sa dribblare anche nella vita amministrativa. Sentiste i cicchetti che fa ai giocatori, eppure sui giornali non è mai stato scritto chi li ha avuti”.

Non manca il suo pensiero su Eugenio Bersellini… “Non è un uomo da copertina, non assume atteggiamenti polemici, non ha l’aspetto fisico del superman ma ha tante qualità di fondo, è uomo di fatti e non di parole”.  E non dimentica Giancarlo Beltrami, il Direttore Sportivo “Uno che a scuola doveva essere sempre fuori classe in castigo trovandosi in eterno stato di agitazione; un dirigente pieno di iniziativa, sta lavorando molto bene, il giudizio nei suoi confronti è decisamente positivo”. Poi parla di sé, dell’Avvocato Prisco… “Non ha più l’entusiasmo di trent’anni fa quando aspettava fuori dalla sede della società la notizia dell’investitura al ruolo di segretario. È pur sempre inguaribilmente uno con l’amore profano per il calcio e l’amore sacro per la sua penna nera. Dopo la disfatta di Mantova dell’Inter, fu grazie a questo che mi salvai nel giudizio di Vittorio Pozzo apparso sulle pagine de La Stampa: “L’Inter, scrisse, ha perso meritatamente lo scudetto: è anche una lezione per i suoi dirigenti. Fra questi si salva soltanto l’avvocato Prisco in considerazione del suo cappello alpino e del fucile che ha valorosamente usato in guerra, imparando nel contempo anche a valutare i fatti e a misurare le parole”.

Parole migliori per descriverlo non si potevano usare…

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