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#Prequel, prima del professionismo: intervista a Massimo Taibi

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IOGIOCOPULITO.IT (Antonio D’Avanzo) –  […] Tra i pochissimi eletti che si sono tolti la soddisfazione di segnare una rete su azione in Serie A c’è anche Massimo Taibi. L’ex portiere di Milan, Como, Piacenza, Venezia, Reggina, Manchester United, Reggina, Atalanta, Torino e Ascoli condivide questo originalissimo record con Michelangelo Rampulla e Alberto Brignoli. Taibi segnò il gol del pareggio all’Udinese con la maglia della Reggina nel 2001, un colpo di testa da vero attaccante di area. Era il destino bizzarro che si materializzava a distanza di decenni, con un’azione insolita per il biondo palermitano. Taibi, non a caso, iniziò a giocare a calcio ricoprendo da ragazzino il ruolo di attaccante prima di diventare un portiere.

[…] ”Sì, è vero, a dodici anni mi sono presentato a questa squadra di un quartiere di Palermo, l’Amat, per fare l’attaccante e invece l’unico ruolo libero era il secondo portiere e quello fu il mio primo vero contatto con la porta. Dopo un paio di anni mi sono stufato del ruolo e ho giocato un anno da attaccante. A 15 anni grazie a un collega di mio padre passai ad un’altra società, la Mediatrice, con la speranza di continuare a giocare in attacco, ma anche in quel caso dovetti coprire un buco in porta, nella squadra. Da quel momento ho capito che il mio ruolo sarebbe stato il portiere.”

[…] “A dir la verità all’inizio per me fu una delusione, volevo giocare nel ruolo di attaccante, ma poi questa veste, dopo aver compiuto 15 anni, ha cominciato ad affascinarmi moltissimo anche perché stavo capendo che avrei potuto dimostrare il mio valore in quel ruolo.

Riferendosi ai genitori…

[…]“da ragazzino mi hanno sempre assecondato e lasciato libero nelle scelte, poi avendo due sorelle ed essendo l’unico maschietto in casa non potevano che assecondarmi con il calcio! Quando mi ingaggiò il Licata fu il primo passo verso il professionismo e mi confrontai con mia madre. Lei non voleva che mi trasferissi a 250 chilometri di distanza, metteva comprensibilmente al primo posto gli impegni scolastici, ma poi tutto rientrò e mi lasciò andare”

[…]”nella mia famiglia non c’era neanche il tempo di disquisire, ad esempio, di argomenti tecnici che riguardavano il gioco del calcio. A mia madre non interessava molto il calcio, mentre mio padre mi accompagnava agli allenamenti e si metteva in un angolo a guardare le partite, senza interferire nelle decisioni degli allenatori. Entrambi non avevano particolari ambizioni o aspettative sul mio futuro da calciatore, se avessi deciso di abbandonare il calcio non sarebbe sorto alcun problema”.

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