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Libri: “L’esordio di Piulina in serie A”. Ghetti in campo

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GLIEROIDELCALCIO.COM – Per la rubrica “Libri” abbiamo raggiunto e intervistato Claudio Bolognini autore del libro “L’esordio di Piulina in serie A”, Morellini Editore.

Estate 1962. Un paese come tanti tra le colline. Calanchi come canyon selvaggi. Bambini di nove anni che giocano agli indiani. Tra loro c’è anche la “squaw Susanna” si avventurano in sassaiole tra bande e partitelle nel campetto imitando i calciatori delle figurine. Piulina, Pierino Ghetti, è il più bravo di tutti con il pallone tra i piedi, ma la famiglia dovrà trasferirsi in un altro paese. La piccola tribù sancirà un patto di sangue giurandosi eterna amicizia. Gli anni volano in un lampo e, improvvisamente, irrompono gli anni Settanta. Ecco che allora, tra partite a flipper, motorini truccati, un concerto dei Deep Purple e i primi amori, arriva la notizia che Piulina avrebbe esordito in Serie A all’Olimpico di Roma.

Un patto di sangue, anche se passano anni senza vedersi, è per sempre. Il 7 marzo 1971 la tribù andrà a Roma in autostop per assistere all’esordio di Piulina con la maglia del Bologna. Per Susanna, invece, sarà l’occasione del suo particolare “esordio” segreto nel mondo degli adulti…

Oggi l’ultimo dei due estratti.

Si ringrazia la casa editrice Morellini Editore per l’opportunità.

Buona lettura.

Il team de GliEroidelCalcio.com

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L’aurora sconfisse la notte, il sole fece un tunnel nel cielo romano e sbucò di fronte all’albergo Quirinale. «Oggi entri!» annunciò il massaggiatore del Bologna dopo averlo chiamato in disparte. «Entro dove?» rispose Piulina, deglutendo un groppo in gola. Non gli pareva vero che fosse davvero giunto il suo momento. Da un po’ si mormorava che l’avrebbero fatto esordire. Aveva letto qualcosa anche sui giornali, ma se ne riportano tante di chiacchiere sulla stampa sportiva. Il titolare della maglia numero otto era un certo Rizzo, che però quella domenica era squalificato. Piulina giocava nel campionato De Martino, quello delle riserve e dei ragazzi troppo giovani con le spalle troppo strette.

Ai ragazzi che si comportavano bene negli allenamenti o nelle partite del campionato minore, la dirigenza offriva una specie di viaggio premio. Potevano seguire la prima squadra nella trasferta, stare con i giocatori più titolati nello spogliatoio, alloggiare nello stesso albergo, ma non certo giocare la partita ufficiale. Piulina meritava spesso un viaggio premio e solitamente divideva la camera d’albergo con il veterano Janich, che lo aveva quasi adottato. Janich aveva vinto l’ultimo scudetto del Bologna e, insieme a Bulgarelli, era diventato la bandiera della squadra. Mille volte Piulina aveva osservato quelle facce stampate sulle figurine, magari raccolte in un mazzetto legato con l’elastico. Adesso le vedeva nello stesso albergo.

Quando gli comunicarono di raggiungere la squadra in ritiro non ci badò, pensando si trattasse della solita gita premio. Salì in macchina con Battisodo, Ardizzon e il massaggiatore alla volta di Foligno, dove si disputava la partitella d’allenamento. Piulina entrò nel secondo tempo per sostituire Scala. L’allenatore Fabbri dichiarò ai giornali che per la maglia numero otto aveva diverse soluzioni in testa, come l’utilizzo di un certo Vastola. «Non voglio fare il misterioso, ma queste cose ho bisogno di meditarle…» ribadì ai giornalisti.

La sera della vigilia, Piulina vide Fabbri parlottare a lungo proprio con Vastola. «Diobono, anche stavolta non gioco…» pensò il ragazzo. Ricordavo Fabbri come allenatore della nazionale, e la famigerata sconfitta con la Corea ai mondiali in Inghilterra. Banks, Cohen, Wilson, Stiles, Jackie Charlton… Si doveva specificare nome e cognome del numero cinque della squadra inglese, per distinguerlo dal fratello Bobby, che aveva il numero nove. Avevo imparato a memoria la formazione dei bianchi inglesi, e la declamavo stringendomi il naso con l’indice e il pollice per imitare la voce del cronista. Ero da poco tornato dal meridione e quell’estate del ’66, per riaverci dalla delusione dell’Italia di Fabbri eliminata dalla Corea, facevamo il tifo per l’Inghilterra.

Tutti dicevano che Fabbri facesse parte della balla del tortellino, perché si ostinava a far giocare in nazionale i giocatori del Bologna, anche quando erano infortunati come Bulgarelli. In fondo lui era un piccolo omino di Castel Bolognese, e ai tempi in cui giocava ala destra lo chiamavano “Topolino”. Per rilassarsi prima della partita, la sera di sabato 6 marzo, tutta la squadra era andata al cinema a vedere Scipione detto anche l’Africano. In quel film c’erano bravi attori come Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman e Silvana Mangano, però c’erano anche moltissimi dialoghi e così qualche giocatore si era appisolato.

Piulina si era invece addormentato tranquillo in albergo: nessuno gli aveva ancora comunicato che l’indomani avrebbe giocato. Quella domenica 7 marzo 1971, allo Sporting Club di Bologna suonavano Le Cinque Lire, e al Bataclan di Bazzano si esibivano Andrea Mingardi e il suo complesso. Lucio Dalla era in testa alle classifiche con 4 marzo 1943, che aveva presentato al Festival di Sanremo, e lo si vedeva spesso in giro per Bologna con una motocicletta Ducati Scrambler. Non c’era ancora la televisione a colori: molte famiglie accessoriavano lo schermo con una piccola tendina di plastica colorata. A Roma non nevicava da sei anni. Il sabato mattina la squadra del Bologna aveva svolto un leggero allenamento nella palestra dell’Acqua Acetosa, nei pressi del Tevere.

La domenica pomeriggio Piulina entrò nello spogliatoio e vide la maglia numero otto appesa al minuscolo attaccapanni di metallo. Gli altri giocatori stavano chiacchierando animatamente circa l’imminente incontro di pugilato tra Cassius Clay e Joe Frazier. Piulina cercò di non far caso a quei discorsi. Poi eseguì i soliti gesti rituali, come prima di ogni normale partita. Così gli avevano sempre suggerito, perché in quel modo si allenta la tensione. Prima di tutto occorre controllare i tacchetti delle scarpette, fasciarsi bene le caviglie e spalmarsi l’olio canforato sui muscoli delle gambe. Qui, però, lo fa il massaggiatore e non si può far finta di niente, segno evidente di stare tra i professionisti. Non siamo mica dietro dal prete. Al campetto di padre Michelino giocavamo “a porta romana” sin dal primo pomeriggio. Ciccio si piazzava tra i pali di quell’unica porta, Miki correva con il pallone tra i piedi mentre io lo inseguivo per tutto il campetto. Ogni tre corner che uno di noi si procurava, Ciccio, che faceva anche l’arbitro, assegnava un calcio di rigore.

Ci sfidavamo a raggiungere i dieci gol. Man mano che arrivavano altri giocatori, erano assegnati alternativamente a una squadra e all’altra. Quando arrivava Piulina tutti volevano averlo con loro: allora bisognava fare pari o dispari. Chi vinceva si prendeva Piulina, e poi gli altri potevano pretendere anche due o tre giocatori in cambio. Alle ore quattordici e trenta i giocatori del Bologna e della Lazio erano già entrati in fila indiana sul terreno di gioco, e dopo aver salutato il pubblico si stavano sistemando in campo. Quando arrivavano i grandi si smetteva di giocare a porta romana e si passava al tradizionale gioco a due porte. I grandi arrivavano dopo la chiusura delle fabbriche che circondavano il paese. Le squadre s’ingrossavano a dismisura, nei contrasti corpo a corpo si avvertiva l’odore d’officina della tuta di Bruno Cassanelli. Per la fretta, Bruno Cassanelli giungeva infatti al campetto con addosso la tuta blu e la cerniera di metallo. In fabbrica era un operaio comune, ma in mezzo al campo era uno speciale. Quando aveva il pallone tra i piedi, nessuno riusciva a cavarglielo. Bruno non parlava mai, gli sfuggiva soltanto un lieve sorriso durante i dribbling. Noi piccoli gli saltavamo addosso calciandolo da tutte le parti. Il più cattivo era Lombrico, un tornitore di vent’anni che se non gli passavi immediatamente il pallone bestemmiava forte. Quando volavano troppe parolacce, padre Michelino usciva dalla sagrestia e sequestrava il pallone di cuoio. Nel pomeriggio gelido dell’Olimpico, quando Piulina toccò il suo primo pallone di Serie A, Miki, Ciccio e Gigi gridarono in coro: «Aghanà! Hicom!». Piulina prese a giocare come fosse al campetto. I giocatori con la maglia della Lazio, in fondo, sembravano quelli della quinta A di Bistecca. Dentro la capanna al bosco vecchio non faceva freddo, il sasso con le conchiglie stava al riparo sotto la tavola di legno compensato, il riccio porcellino riposava al calduccio nella tana. In mezzo a quel campo allentato dalla neve, Piulina si destreggiò come un grande con addosso la tuta dell’officina. Che venisse a vederlo adesso, il maestro Bonfadini, invece di chiedergli dei Liguri, degli Euganei o degli Osco Sabelli. Al decimo minuto del secondo tempo, l’allenatore Fabbri fece uscire Piulina e mandò in campo Vastola. «Il ragazzo è stato bravissimo, non è apparso per nulla emozionato, si è buttato nella mischia con decisione e sicurezza. L’ho tolto perché ho ritenuto opportuno che occorresse maggior spinta offensiva in attacco. Là davanti ci voleva una mezza punta, e Ghetti questa caratteristica non ce l’ha: lui è solo un centrocampista» dichiarò Fabbri ai giornalisti.

 Ci vuole proprio il coraggio di un vero Apache per attraversare il terreno dello stadio Olimpico e dirigersi da solo verso lo spogliatoio, per poi ficcarsi sotto la doccia in compagnia soltanto dei propri pensieri.

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