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Brian Clough: l’eroe di Nottingham

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Brian Clough: l’eroe di Nottingham

Lo sport costruisce veri e propri mondi, le gesta dei suoi protagonisti, siano essi grandi campioni o modesti comprimari, contribuiscono alla costruzione di epopee, richiamando miti ed eroi dell’antica epica.

Nelle definizioni date nei dizionari, il mito viene definito come “una narrazione di particolari gesta compiute da dei, semidei, eroi, e mostri […] Caratteristica essenziale del mito è che esso si sia diffuso oralmente prima di essere scritto, e che si perpetui nella tradizione di un popolo”. 

Cosa c’è di diverso da quanto costruisce lo sport, che racconta quanto fanno gli atleti nelle varie discipline sportive, ammantandolo di pathos?

Un intreccio tra eroe e mito, in cui “l’eroe non può prescindere dall’obiettivo finale che deve portare a compimento”, nel nostro caso il raggiungimento della vittoria.

Non solo: “Durante la sua vita egli può anche istituire un modus vivendi, egli diventa cioè una sorta di colonizzatore o di civilizzatore che introduce nuovi elementi nel determinato ambiente in cui si trova in quel momento. Diventa, quindi, un eroe culturale”. 

È la definizione che si attaglia al personaggio di cui andiamo a narrare, che in tanto si rispecchia in quanto scritto sopra: Brian Clough.

Era inglese, Clough, della parte nord orientale dell’Inghilterra, zona mineraria grazie ai suoi ricchi giacimenti di ferro, iniziò a giocare giovanissimo nel ruolo di attaccante, interpretandolo in maniera prolifica e dura, esprimendo in campo il carattere arcigno della sua origine operaia, piegato alla durezza della vita, fatto di un misto di orgoglio e di ego spropositata che sul prato verde trovava la sua sublimazione.

Iniziata l’attività, la svolse quasi principalmente nel Middlesborough, per chiuderla anzitempo nel Sunderland a causa di un infortunio a ventinove anni, non prima di aver segnato gol a grappoli o, come disse Bill Shankly, a pioggia, di cui era peggio, perché “almeno quella ogni tanto smette”.

Mancanza di paura, rudezze e anche botte con i difensori avversari gli derivavano dal carattere, un tiro micidiale, un colpo di testa chirurgico e velocità le doti tecniche che gli permisero di realizzare 251 reti in 274 match ufficiali prima del ritiro.

Una carriera eccezionale, forse poco nota al di qua della Manica, anche perché all’epoca non c’erano le coppe internazionali a dare lustro e leggenda ai calciatori.

Clough si sarebbe rifatto ampiamente come allenatore.

Da subito egli impose, nel mondo calcistico britannico dell’epoca, il suo carisma, la sua vena polemica che spesso sfociava nella vera e propria rissa verbale, ma soprattutto fece germogliare la sua idea di calcio, fatto di manovre palla a terra, spettacolare, cercando quasi sempre la vittoria attraverso il gioco e non la semplice speculazione tattica. 

Egli capì che al fine di perseguire questa sua visione doveva partire dal basso, da realtà magari poco note e vincenti del football d’oltremanica, costruendo pezzo dopo pezzo le sue squadre perché potessero poi raggiungere gli ambiti e mai nascosti traguardi.

Suo sodale in tutto questo fu da subito Peter Taylor, abilissimo nello scovare talenti nascosti, personaggio adatto a controbilanciare il carattere vulcanico di Clough.

Insieme scesero in Second Division finendo al timone del Derby County, squadra che navigava nei bassifondi della classifica, ma che in due stagioni il duo Clough – Taylor riportò in First Division, da dove mancava da quindici anni. 

Un traguardo già eccezionale, ma le ambizioni di Clough erano quelle di arrivare ad imporsi in Europa, e il solo mezzo era vincere il massimo campionato. 

Detto fatto, nella stagione 1971/1972 arrivò il titolo inglese, ma la partecipazione alla successiva Coppa dei Campioni si fermò alle semifinali, quando il Derby fu eliminato dalla Juventus, al termine di due partite burrascose e piene di polemiche, in cui Clough non mancò di esprimere il suo colorito pensiero (“I will not talk to any cheating bastards!”, Non parlerò con nessun imbroglione bastardo!).

Dopo il Derby County, e un breve periodo al Brighton, fu irresistibile la tentazione di andare ad allenare il Leeds United al posto del rivale Don Revie, chiamato in nazionale.

Al Leeds, Clough fu da subito un corpo estraneo, rigettato dopo soli quarantaquattro giorni di regno, in un ambiente che definire ostile è poco, e in cui lui non fece comunque nulla per essere accettato.  

Era tempo di nuove avventure, soprattutto di nuove sfide, che non potevano che partire di nuovo dalla Second Division, stavolta alla guida del Nottingham Forest.

Questo divenne, in pratica, la sua seconda casa, alla guida dei Tricky Trees sarebbe rimasto per diciotto stagioni, coronando tutte le sue ambizioni.

Sempre grazie all’aiuto di Taylor costruì pezzo per pezzo la sua squadra, ingaggiando futuri campioni quali Peter Shilton, Viv Anderson, Gary Birtles, Tony Woodcock, Trevor Francis, e stavolta non pose attese in mezzo.

Promosso in First Division al termine della stagione 1976/1977, vinse subito il titolo l’anno dopo, e andò a coronare il suo sogno europeo nella finale di Coppa dei Campioni del 1978, superando gli svedesi del Malmö grazie ad un gol di Francis, utilizzato solo per quella partita perché tesserato a stagione in corso.

Il sogno era realizzato, ma l’apoteosi fu raggiunta la stagione successiva con il bis europeo, stavolta ai danni dell’Amburgo, nella finale giocata al “Bernabeu” e magistralmente condotta dopo il gol vittoria di John Robertson. 

Fu il canto del cigno di Clough, che continuò ad allenare il Nottingham senza altre vittorie di prestigio, ma che si era ritagliato un posto nella storia.

Si può ascrivere ad una data precisa l’inizio della fine della carriera di Brian Clough, avvenuta nel 1993, l’imbocco del viale del tramonto che lo porterà al compimento del suo tragitto terreno: 15 aprile 1989.

Quel giorno a Hillsborough era in programma la semifinale di FA Cup tra Liverpool e Nottingham, la cattiva organizzazione e la grande affluenza dei tifosi provocarono una strage, e quelle novantasei vite spezzate finirono per segnare per sempre l’animo di Clough.

Egli sarebbe entrato nel mito per essere stato l’unico allenatore britannico a vincere due campionati inglesi con squadre diverse, insieme a leggende quali Herbert Chapman (Huddersfield Town e Arsenal) e Kenny Dalglish (Liverpool e Blackburn Rovers), il suo Nottingham Forest resta l’unica squadra in Europa a vantare più Coppe dei Campioni che campionati vinti.

Arrogante, scontroso, intrattabile, permaloso sono alcuni degli aggettivi affibbiatigli nella sua lunga carriera, ma sempre resterà il soccer genius del calcio inglese, identificando nella mitologia dell’eroe la propria grandezza.

Brian Clough terminerà i suoi giorni a Derby, il 20 settembre 2004. 

GLIEROIDELCALCIO.COM (Raffaele Ciccarelli)

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allenatore di calcio professionista, si dedica agli studi sullo sport, il calcio in particolare, dividendo tale attività con quella di dirigente e allenatore. Giornalista pubblicista, socio Ussi e Aips, è membro della Società Italiana di Storia dello Sport (Siss), dell’European Committee for Sports History (Cesh), dell’Associazione dei Cronisti e Storici dello Sport (La-CRO.S.S.). Relatore a numerosi convegni, oltre a vari saggi, ha pubblicato: 80 voglia di vincere – Storia dei Mondiali di Calcio (2010); La Vita al 90° (2011), una raccolta di racconti calcistici; Più difficile di un Mondiale – Storia degli Europei di Calcio (2012); Il Destino in un Pallone (2014), una seconda raccolta di racconti calcistici; Lasciamoli giocare-Idee per un buon calcio giovanile (Edizioni del Sud, Napoli 2016). Per GliEroidelCalcio in convenzione S.I.S.S.

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