Capitane coraggiose: sporche questioni di maglie femminili
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Capitane coraggiose: sporche questioni di maglie femminili

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Capitane coraggiose

Pubblichiamo oggi un estratto di “Capitane coraggiose. Sara Gama e Megan Rapinoe, due leader a confronto.” Il nuovo libro di Marco Giani edito da Ultra Sport. Inoltre l’autore ha aggiunto un aggiornamento legato al Mondiale di calcio femminile ora in corso.

Il Mondiale femminile di calcio, attualmente in corso di svolgimento in Australia e Nuova Zelanda, sta mostrando a tutti come le calciatrici, pur indossando come i colleghi la divisa della propria Nazionale, sappiano farlo a modo loro, con originalità e soprattutto veicolando messaggi molto più impegnati dei calciatori, che tendono piuttosto a vivere la propria maglia come un semplice strumento di lavoro. Le capitane delle nazionali femminili sono davvero coraggiose.

I ricordi di Alex Morgan

Riguardo all’originalità, pensiamo alla bella iniziativa di Alex Morgan, che su Twitter ha voluto ripercorrere coi fan la propria fantasmagorica carriera. La giocatrice ha pubblicato le fotografie delle divise indossate e gelosamente conservate: la n. 1 di quand’era ragazzina, la n. 5 dell’esordio in Nazionale, la n. 13 del Mondiale 2015 che le statunitensi tornarono a vincere dopo la sconfitta del 2011 in finale contro le giapponesi, la più recente, la n. 13 del tea sipping durante la vittoriosa semifinale contro le inglesi a Francia 2019.

Nel testo del tweet, Morgan ricorda che questa maglia “fece una dichiarazione.” Un chiaro riferimento all’esultanza legata alla Guerra d’Indipendenza americana che fece infuriare i tifosi inglesi.

Combattere per la propria maglia: Mary Earps

Se ci volgiamo invece all’uso impegnato delle magliette, questo Mondiale – il palcoscenico perfetto, se si vuole essere ascoltati da un’audience non solo nazionale, ma globale – ci ha già presentato le vincitrice, Mary Earps. L’attuale numero 1 delle Lionesses, vice-capitana, si è infatti sfogata con la stampa, dichiarandosi “enormemente offesa” per la decisione della Nike di non mettere in commercio la maglia da portiere dell’Inghilterra.

Già in occasione dell’Europeo del 2022 i fan avevano invano provato ad acquistare la maglia di Earps. La Nike aveva promesso alla giocatrice che il problema sarebbe stato risolto per il Mondiale del 2023. In aprile, però, quando la multinazionale ha lanciato il kit delle inglesi, Earps si è vista pure depennata dalle foto promozionali. Anche se lei aveva posato per quest’ultime. L’azienda statunitense non ha mai cambiato idea, nemmeno quando la giocatrice s’è offerta di metterci dei soldi propri per mettere a disposizione del pubblico la propria maglia n°1.

A questo punto, Earps ha vuotato il sacco con la stampa. La giocatrice si è dichiarata dispiaciuta soprattutto per i familiari, che a differenza di quelli delle compagne di squadra non potranno presentarsi alle partite con la maglia della propria congiunta. Non solo per questo: anche per il messaggio implicito lanciato da Nike, cioè che le donne che stanno fra i pali non abbiano alcun valore.

Una questione di strategie?

La strategia commerciale dell’azienda di Beaverton (che in effetti non commercializza nemmeno la maglia n°1 degli USA e dell’Australia. L’Adidas fa così per tutte le nazionali di sua competenza)  è stata contestata in questi termini dalla battagliera giocatrice inglese: «La mia maglia è stata la terza più venduta sul sito del mio club. Il Manchester United, durante l’ultima stagione. Quindi, cosa mi vengono a dire che non vendo? Ho anche chiesto che venisse fatta una replica. Da vendere alle ragazzine. Ora, quando andranno a chiedere “Mamma, papà, posso avere una maglia di Mary Earps?”, si sentiranno dire “Non posso comprartela, ma se vuoi possiamo farlo con la 23 di Alessia Russo o con la 9 di Rach Daly”.

Qual è il messaggio? Che stare in porta non è importante, ma che puoi essere una attaccante, se lo vuoi. Quando ho parlato con la Nike, il punto su cui martellavo era: potremmo essere i numeri uno in questo ambito, ed esserne giustamente fieri, potremmo essere i primi, essere i migliori, mentre penso che ora non siamo proprio all’altezza». Lungi dall’essere una sua battaglia personale, Earps (che già in passato aveva dovuto combattere per ricevere una maglia da gioco a maniche lunghe anziché a maniche corte) ha ricevuto il supporto delle proprie compagne di Nazionale, col quale è iniziato un interessante dialogo sull’ipocrisia di aziende come Nike: «perché noi dobbiamo sempre allinearci con aziende che non hanno l’inclusione al centro delle proprie politiche?».

Con tutto l’humour british possibile, il National Museum di Manchester ha twittato questa immagine, dichiarando che i propri visitatori avrebbero potuto vederla, la maglietta di Mary …

Il caso di Earps viene da un mondo, quello del calcio femminile contemporaneo, nel quale la maglia delle giocatrici si è fatta oggetto commerciale. Se già nel 2019 la maglietta della Nazionale USA, resa iconica dalle gesta di Megan Rapinoe e compagne in terra di Francia, risultava la più venduta fra quelle di calcio (comprese quelle maschili!) sul sito della Nike, in questi ultimi tempi nello store interno del Camp Nou si vendono più magliette di Alexia Putellas piuttosto che di Pedri.

Tale commercializzazione si sposa, ai tempi del capitalismo di marca americana che vende persino il femmismo con il kolossal su Barbie, con la diffusione di messaggi politici. Pensiamo all’iniziativa anti-omofobia della Federcalcio statunitense, datata 2021: usare, in occasione del Pride, numeri di maglia color arcobaleno sia sulle magliette di entrambe le Nazionali, quella femminile e quella maschile.

Capitane coraggiose: Sara Gama consegna la maglia a Mattarella

In certi casi sono le calciatrici stesse ad usare in maniera creativa i numeri di maglia. Pensiamo per esempio a quanto accaduto nell’estate del 2019, quando le azzurre guidate allora da Sara Gama tornarono dal loro trionfale Mondiale e vennero ricevute dal presidente Mattarella al Quirinale. Prima di tutto, le #RagazzeMondiali regalarono al padrone di casa una significativa edizione speciale della loro divisa da gioco, una maglietta personalizzata sul retro «MATTARELLA | 1». In secondo luogo, nel suo ormai storico discorso l’allora capitana Sara Gama richiamò la politica alla necessità di legiferare sul professionismo sportivo al femminile partendo dalla coincidenza fra il proprio numero di maglia, il 3, e l’articolo della Costituzione che non solo sancisce la parità di diritti fra cittadini e cittadine, ma pure impegna la Repubblica a rimuovere gli eventuali ostacoli ad una effettiva parità fra i sessi.

La capitana Sara Gama e la CT Milena Bertolini presentano al presidente Mattarella la sua maglia personalizzata

Tenersi la maglietta, o doverla riconsegnare

Quanto descritto fino ad ora sarebbe stato un sogno, per le giocatrici del passato: anzi, la conquista del controllo sulle proprie maglie è un affascinante capitolo della storia delle lotte delle calciatrici d’Italia e del mondo, tanto che, come Alex Morgan ha fatto con le proprie divise, potremmo ripercorrerla proprio abbinando a ciascun capitolo una maglietta.

Si pensi ad esempio alla maglietta da gioco paternalisticamente concessa dalla Federcalcio australiana come premio alle Matildas che avevano partecipato all’International Women’s Tournament di Cina 1988. La maglietta sì, ma senza i pantaloncini, che dovettero essere riconsegnati! Undici anni dopo, la nostra FIGC decise al contrario di usare le maglie, non rinconsegnate come gesto di protesta, per punire la ribellione delle azzurre capitanate da Federica D’Astolfo. Si trattava per altro di magliette che «talvolta erano usurate e in qualche caso quelle dismesse dalla nazionale maschile», ed erano state le stesse calciatrici a doversele lavare durante la manifestazione, con una lavatrice a gettoni presente nell’albergo che le ospitava.

Dopo la brutta vicenda del 1999, comunque, la questione dell’uso delle maglie da gioco rimase un punto dolente del rapporto fra la FIGC e le azzurre, fra cui la giovane Katia Serra, che così ricorda, nella sua recente autobiografia: «finita la partita, dovevamo restituire alla Nazionale tutto quanto: ci lasciavano la muta da gioco, ma tutto ciò che usavamo in allenamento doveva essere riconsegnato. Avevamo quindi in dotazione un’unica maglia, e spesso ho preferito perdere quel ricordo per scambiarlo con quello di un’avversaria. Nelle società calcistiche era ancora peggio: pur di tenermi le mie maglie da gioco, tante volte le ho dovute pagare», un fenomeno che all’epoca avveniva in Italia anche in altri sport femminili, come ricorda nelle sue memorie la pallavolista Manù Benelli.

Patrizia Panico e l’allora capitana Antonella Carta, ai Mondiali del 1999

Stare larghe nei panni dei colleghi

Un’altra grande differenza rispetto al passato è la foggia stessa delle divise. Adesso sono, sempre di più, fatte ad hoc per il corpo femminile.  Spesso sono anche in collaborazione, o comunque tenendo conto dei suggerimenti e delle richieste, delle giocatrici chiamate ad indossarle. Questa è una tendenza globale che negli ultimi anni ha interessato molti altri sport.

Tutti abbiamo notato in questi Mondiali i pantaloncini blu e non bianchi delle inglesi: una scelta della Nike frutto di una richiesta delle stesse Lionesses, le quali, capeggiate dall’attaccante dell’Arsenal Beth Mead, «avevano chiesto il cambiamento per questioni di praticità nei giorni di mestruazioni». Già nel settembre 2022 la squadra inglese del West Bromwich Albion aveva annunciato l’adozione di pantaloncini scuri anziché bianchi «a seguito di un’ampia consultazione svolta con le giocatrici». La Nike ha avuto un trattamento di riguardo anche per le due Nazionali ospitanti, Australia e Nuova Zelanda, creando due kit pensati apposta per il corpo femminile – nel caso dei pantaloncini della seconda maglia delle neozelandesi, passando pure dal tradizionale bianco al verde acqua.

La nuova divisa della Nuova Zelanda

Capitane coraggiose

La nuova divisa delle neozelandesi, con i pantaloncini verde acqua

L’azienda di Beaverton, ovviamente, fa il suo interesse: raddoppiando il mercato con le proprie collezioni di scarpe e maglie dedicate alle donne, si ammanta ideologicamente di gender equality e di inclusione . A patto che una Mary Earps non venga a rompere le uova nel paniere, beninteso. Si pensi anche solo alla crescita esponenziale negli ultimi anni delle vendite dei reggiseni sportivi, diventati nel calcio femminile occasioni di iconiche esultanze. Da quella classica di Brandi Chastain ai Mondiali di USA 1999 a quella più recente di Chloe Kelly all’Europeo d’Inghilterra 2022.

Per decenni, al contrario, tutte quante le calciatrici del globo si sono dovute adattare, indossando divise da gioco disegnate per i colleghi maschi. Addirittura un tempo appartenenti a loro. Secondo il ricordo di Shannon Higgins, giocatrice della Nazionale degli Stati Uniti dal 1987 al 1991, per anni lei e le compagne andarono in campo con le maglie già usate dai calciatori della Nazionale maschile. Queste divise, ovviamente, spesso non andavano bene alle donne. Quelle della Coppa del Mondo di Cina 1991 furono le prime disegnate appositamente per loro che le statunitensi indossarono.

Capitane coraggiose: la prima divisa pensata per l’Italia femminile

Per quanto riguarda l’Italia, le azzurre dovettero aspettare l’ottobre 2000 per scendere in campo, contro il Portogallo, con una divisa pensata per loro. Grazie all’intercessione dell’allora presidente della Divisione femminile, Natalina Ceraso Levati, la Kappa aveva infatti realizzato un’apposita maglia da gioco, ridenominata Kombat Woman. Nella presentazione del prodotto, la casa di abbigliamento sportivo si vantava di aver realizzato “la prima divisa di calcio nata per rispondere ai bisogni della sportiva.

Non si tratta però della stessa esperienza fatta da Katia Serra. Lei ha vestito la maglia azzurra per dieci volte subito dopo, dal 2002 al 2006 (quindi con maglie Puma, subentrata a Kappa nel 2003 nella fornitura di magliette.) Lei si è espressa così: «In Italia, nei club e con la Nazionale, ci trovavamo a giocare con maglie su misura per uomini, a testimonianza del disinteresse degli stessi brand fornitori delle divise. Giocare con una muta sportiva oversize non era solo antiestetico, ma era anche un problema in campo, dal momento che nuotare in una T-shirt oceanica consentiva alle avversarie più scaltre di trattenerci con molta più facilità, anche in azioni non fallose».

Altri tempi, tempi bui che per fortuna il calcio femminile si è ormai lasciato alle spalle, sia in Italia sia nel resto del globo. A testimonianza di ciò c’è la rivoluzionaria decisione della Nazionale maschile di calcio del Belgio. Nel 2022, i “Diavoli Rossi” scesero in campo contro la Polonia indossando non le proprie maglie ma quelle della Nazionale femminile. Per una volta, sono stati i calciatori a doversi mettere nei panni delle colleghe.

Estratto da “Capitane coraggiose” di Marco Giani, Ultra edizioni. © 2023 Lit edizioni s.a.s. per gentile concessione

 

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Nato a Gallarate (VA) nel 1984, è docente di Storia e Geografia in una scuola milanese. Addottorato in Ca’ Foscari in Storia della Lingua Italiana, da anni si è dedicato alla storia dello sport femminile durante il Ventennio fascista, provando ad indagare sia le questioni di genere sia il tema della rappresentazione linguistica ed iconografica della donna sportiva in tale contesto fortemente maschilista: il suo lavoro principale è stata la ricostruzione della vicenda storica del Gruppo Femminile Calcistico di Milano (1933), prima squadra di calcio femminile del nostro paese, alla base poi del romanzo di Federica Seneghini “Giovinette” (Solferino, 2020). Studiando il passato del calcio femminile, è approdato al suo presente, cui ha dedicato “Capitane coraggiose. Sara Gama e Megan Rapinoe, due leader a confronto” (Ultra Sport, 2023). È membro della Società Italiana di Storia dello Sport (SISS). Per GliEroidelCalcio in convenzione S.I.S.S.

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