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Storie di Calcio

Dasaev: il portiere emerso dalla Cortina di Ferro che simbolizzò in tutto e per tutto l’ascesa e il declino dell’URSS

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Dasaev: l’estremo difensore che ha rappresentato in tutto e per tutto l’ascesa e il declino dell’URSS

Mio padre non era solito sbilanciarsi in giudizi o commenti avventati, nemmeno se si trattava di una partita di calcio. Tuttavia quella sera rimase impressionato dalla performance di quel portiere longilineo ed elegante, ma non per questo meno reattivo e spettacolare dei blasonati colleghi dell’epoca, che sembrava aver “ipnotizzato” il Brasile all’esordio dei Mondiali del 1982 giocati in Spagna. Quel numero uno era Rinat Dasaev, baluardo dell’Unione Sovietica che nella partita inaugurale del girone 6 era chiamato ad un compito proibitivo: arginare, per quanto possibile, le scorribande di Zico e compagni. Si giocava la sera del 14 giugno, allo stadio Sanchez Pizjuan di Siviglia, città che tornerà ad incrociare il destino di Dasaev anni più tardi.

Lo stesso giorno che poche ore prima aveva visto il debutto dell’Italia contro la Polonia, in quello che col passare dei giorni fu, nonostante lo scialbo pareggio a reti inviolate, il preludio della cavalcata trionfale verso il terzo titolo del Mondo dopo quelli conquistati nel 1934 e nel 1938. Per imbastire questo racconto di sport ho dovuto nuovamente attingere dalla nostalgia, partendo dall’assunto che se convertita in energia può rivelarsi un veicolo determinante per raccogliere pezzi sparsi nella memoria e poi incasellarli nella giusta dimensione temporale. Era un lunedì, e a quei tempi, dove tutto era meno frenetico, i negozi osservavano il turno di riposo (la legge concedeva la delega alle Regioni per la fissazione degli orari di apertura e chiusura delle attività commerciali, con obbligo di chiusura totale nei giorni domenicali e festivi, e una chiusura infrasettimanale obbligatoria di mezza giornata, che per la Lombardia, ad esempio, era il lunedì, mentre per il Veneto, il mercoledì).

La partita degli azzurri era terminata intorno alle 19, perciò restava mezz’ora per raggiungere la vicina Nogara e fare la spesa al vecchio supermercato River. Salii così insieme a mamma e nonna sulla nostra Fiat 127, auto carica di ricordi con la discreta eleganza del blu notte e gli interni in vinilpelle color biscotto, per comperare quello che serviva per la cena. Una toccata e fuga veloce, e poi a tavola. Giusto il tempo di ascoltare insieme la sigla dell’Eurovisione che papà si era già sistemato nel salotto davanti alla tivù (una Telefunken a colori, la prima dotata di telecomando), mentre io e le quote rosa di casa stazionavamo distratti davanti alla piccola Grundig sistemata sul ripiano della cucina. Le due stanze erano comunicanti tramite un’apertura ad arco, perciò spesso chi si trovava a guardare un programma da una parte non era difficile che sentisse quello che stavano trasmettendo dall’altra. Ammetto di essermi perso quasi l’intero primo tempo di quel match, non le esclamazioni di papà e in seguito anche di nonno.

All’ennesimo «caspita che portiere, c’è arrivato ancora!», la tentazione di credergli è stata così forte che ho dovuto alzarmi e “passare” di stanza. Bastarono pochi minuti per capire che avevano ragione. I verde-oro, sotto di un gol (al 34′ un tiro innocuo di Bal non viene trattenuto da Valdir Peres e finisce rocambolescamente dentro), stavano esercitando un forcing pazzesco per evitare la sconfitta, ma questo lasciava spazio ai contropiedi dei sovietici, in particolare di Oleg Blochin, Pallone d’Oro nel 1975, anno in cui con la Dinamo Kiev aveva trionfato in Coppa delle Coppe e nella Supercoppa europea. Per fortuna del selezionatore Telé Santana, la partita si raddrizza nel finale grazie a due prodezze balistiche. I due gol che al 75′ e all’88’ ribaltano il risultato sono due straordinari tiri dalla distanza. Prima è Socrates che centra l’angolino alla destra di un Dasaev vanamente proteso in tuffo, poi è Eder che, favorito da una finta di Falção, controlla la palla ed esplode un esterno sinistro in corsa che lascia immobile il portierone dello Spartak Mosca.

Fin qui la cronaca di una partita che ha avuto il merito di tramutarsi in romanzo. Proprio come il debutto sulla scena internazionale dell’estremo difensore dell’URSS, che segnò l’inizio di una carriera il cui profilo seguirà in tutto e per tutto ascesa e declino della Nazionale con la scritta CCCP (equivalenti all’acronimo Сою́з Сове́тских Социалисти́ческих Респу́блик. In lingua russa Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche) sulla maglietta. E se per i più giovani il nome di Dasaev dirà poco o niente, per gli ultraquarantenni di oggi è quasi un’icona. Considerato tra i migliori esponenti del suo ruolo, negli anni ’80 conquistò l’appellativo di Cortina d’Acciaio, in rimando agli episodi geopolitici del periodo.

L’isolamento del Cremlino concedeva poco spazio per le notizie

Nel 1982 la “cortina di ferro” era ancora in auge e l’isolamento internazionale in cui viveva il Cremlino non permetteva ad appassionati ed addetti ai lavori di conoscere fino in fondo le reali potenzialità del calcio che si giocava a Mosca e dintorni. E così anche della nazionale sovietica che approdava alla fase finale del mondiale in Spagna non si avevano tantissime notizie e i nomi dei calciatori russi più noti erano senza dubbio quelli del già citato Blochin e del blocco georgiano della Dinamo Tbilisi, che l’anno prima aveva vinto Coppa delle Coppe. Fu dunque una sorpresa un po’ per tutti constatare l’alto livello tecnico mostrato dai sovietici ai Mondiali spagnoli.

Ma la vera scoperta era quel portiere schivo e taciturno dotato di riflessi fuori dall’ordinario. Senso della posizione al limite della perfezione, sapeva comandare in modo eccelso la propria difesa ed era molto abile nel rinvio con le braccia, con cui faceva ripartire velocemente l’azione: riusciva infatti a scagliare rilanci potenti e precisi in direzione delle punte, trasformando così ogni palla innocua in possibile contropiede. Tendeva spesso a parare con la mano più lontana rispetto al pallone durante il tuffo, la cosiddetta “mano di richiamo”. Nonostante la sconfitta con la Seleçao, trascinata dai miracoli di Dasaev (che a fine torneo verrà riconosciuto come il miglior portiere del Mundial insieme al nostro Dino Zoff) e dalla classe di Blochin e Shengelia, l’Unione Sovietica superò il primo turno dopo la vittoria con la Nuova Zelanda (3-0) e il pareggio con la Scozia (2-2, dove si rese protagonista di una parata fenomenale, votata dalla FIFA come la seconda più bella in un Mondiale, dietro solo quella celebre di Gordon Banks nel 1970 in Messico) e approdò nel successivo girone dei quarti di filiale con Polonia e Belgio, dove solo una differenza reti sfavorevole le impedì di affrontare l’Italia in semifinale.

E pensare che tra i pali ci era andato per caso

Figlio di una famiglia operaia di etnia tartara, cominciò a coltivare l’amore per lo sport sin dall’infanzia. Anche se tra i pali ci è andato per caso. È successo che, quando era un ragazzo di Astrakan, Russia meridionale, crocevia verso l’Oriente dove aiutava il padre a inscatolare i pesci pescati nel Mar Caspio, doveva scegliere tra il nuoto e il calcio. Scelse il secondo: centrocampista. Ma la sua squadra in mezzo al campo era già a posto. Necessitava, invece, di uno che andasse tra i pali. Come la vecchia regola non scritta delle partite post-catechismo al campetto parrocchiale: chi arrivava per ultimo, non poteva scegliere. Si adeguava. Finì in porta. Diventò un numero uno e in pochi anni il numero uno tra i numeri uno: cinque volte miglior portiere dell’URSS, poi varie volte il più forte d’Europa e del mondo, erede designato della leggenda sovietica Lev Jashin. Vanta inoltre numerose apparizioni nelle classifiche del Pallone d’Oro di quegli anni. Nel suo palmares spiccano due titoli nazionali con lo Spartak Mosca e una medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Mosca del 1980.

La delusione dei Mondiali messicani

Ai Mondiali del 1986 in Messico, quelli degli orari impossibili (si giocava spesso alle 12, oltretutto in altura, per favorire la visione in Europa delle partite alla sera), l’URSS desta curiosità ma soprattutto rispetto, che in gergo calcistico è sinonimo di timore. Non è tra le favorite, ma il calcio duttile e veloce dei calciatori di Valerij Lobanovski è una delizia per gli occhi. Una filosofia avanguardista, politicamente attenta a mettere il collettivo davanti alle individualità, che pure non mancano. Chi fa l’ala deve anche difendere, chi fa il terzino deve saper attaccare, il centravanti è solo una delle punte e gli inserimenti da dietro dei centrocampisti non sono casuali ma studiati. Un tocco e via, triangolazioni velocissime e sorprendenti. Un modulo costruito sulla falsariga della Dinamo Kiev, la squadra di club che il colonnello-ct (soprannome dovuto al grado raggiunto nell’Armata Rossa) allenava in concomitanza alla Nazionale.

Ma il punto di riferimento è sempre Dasaev. Nel girone i sovietici strapazzano l’Ungheria (6-0), impattano con la Francia quasi giocando al risparmio e liquidano il Canada (2-0). Primo posto nel gruppo C conquistato, con prestazioni a tratti impressionanti sul piano del gioco e su quello atletico. Negli ottavi c’è il Belgio del portiere Pfaff, dell’ex terzino rossonero Gerets, del regista Vincenzino Scifo, figlio di emigrati italiani, e dell’attaccante dai piedi buoni Ceulemans. Una partita spettacolare tra due squadre belle e volitive che viene però rovinata dagli errori dell’arbitro Fredriksson, uno dei più accreditati della UEFA. Primo tempo: 1-0 per l’URSS. Nel secondo, il Belgio pareggia, l’URSS torna in vantaggio e poi è nuovamente raggiunta. Si va ai tempi supplementari, e i Diavoli Rossi hanno la meglio, alla fine, per 4-3, al termine di una partita avvincente ed emozionante. Ma decisive sono le sviste del fischietto svedese, che non annulla due gol in
evidente fuorigioco dei belgi.

Europei del 1988: la parabola dell’arcobaleno e del tramonto

Agli Europei di Germania del 1988 l’URSS arriva consapevole della propria forza dopo aver superato, nel proprio gruppo eliminatorio, la Francia, campione in carica. Le rivali più accreditate sono i padroni di casa tedeschi guidati da Beckenbauer, l’Italia di Vicini che si presenza con il blocco dell’Under 21, finalista dell’Europeo di categoria due anni prima, e l’Olanda, forse la squadra oggetto di maggiore attenzione mediatica, confortata dal fresco successo del PSV in Coppa dei Campioni: vari elementi della squadra di Eindhoven furono scelti per la fase finale, in aggiunta a Marco Van Basten e Ruud Gullit i quali avevano da par loro vinto il titolo italiano con il Milan al termine dell’epica rimonta sul Napoli di Maradona. E va detto che per una volta i pronostici c’azzeccano: tutte e quattro si qualificano con merito nei rispettivi gironi.

I sovietici si tolgono lo sfizio di dominare il proprio girone, prima battendo gli Oranje nella gara d’esordio (1-0), quindi pareggiando con l’Irlanda (1-1) e infine demolendo l’Inghilterra (3-1), uscita dalla competizione senza aver ottenuto nemmeno un punto. Finale fu, dopo aver eliminato l’Italia (2-0) in una gara in cui diversi azzurri palesarono una certa immaturità nell’affrontare l’impegno. Di fronte l’Olanda. La partita del tramonto, il giorno della resa, il gol di Van Basten, la gemma che ha oscurato definitivamente l’Unione Sovietica del calcio. Altra caratteristica del portiere di Astrakhan è stata quella di subire gol di rara bellezza. Già. Il 25 giugno 1988, a Monaco di Baviera, Rinat fermo a guardare il vuoto con il pallone che lo supera, con Van Basten che alza un solo
braccio al cielo, con Rinus Michels che folgorato da cotanta bellezza si mette le mani in testa.

Da una parte gli olandesi che possono finalmente esultare per il primo trofeo internazionale, dall’altra le prime crepe che portarono alla fine di una potenza sportiva. Fosse stato un film non nutriremmo alcun dubbio sul titolo: l’Arcobaleno (come la parabola impossibile disegnata da Van Basten) e il tramonto (dell’URSS, gigante ormai dai piedi d’argilla, e del suo estremo difensore, che a Siviglia – dove si trasferì approfittando della glasnost e della perestrojka – non riuscì più ad essere decisivo come un tempo, finendo per combattere contro la depressione).

 

L’ultima apparizione in nazionale

In realtà Dasaev fece un’apparizione anche ai Mondiali di Italia ’90 nella partita persa con la Romania, salvo poi cedere il posto da titolare, nelle due successive contro Argentina e Camerun, ad Aleksandr Uvarov. Una spedizione terminata malamente, sebbene i sovietici non avessero demeritato sotto il profilo del gioco. Per il numero uno dell’URSS fu la sua ultima presenza – e anche l’unica – senza la storica scritta “CCCP” sulla maglietta, poiché il ministero dello Sport sovietico aveva deciso di eliminarla. Segnale che un’epoca era ormai finita.

GLIEROIDELCALCIO.COM (Matteo Vincenzi)

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Giornalista professionista. Cronista-inviato del quotidiano "La Voce di Mantova" dal 1993, già corrispondente di Libero fino al 2010 e collaboratore di altri quotidiani nazionali. Opinionista sportivo sulle emittenti locali. Appassionato di calcio anni '80 («uno sport completamente diverso in un'Italia diversa») e soprattutto del Mondiale di Spagna dell’82 («inarrivabile per l'intensità e l'atmosfera magica che ha saputo trasmettere, capace sempre di emozionare ogni volta che scorrono le immagini di quella che è stata una storia sportiva, umana e agonistica difficilmente ripetibile»). Diversi gli idoli sportivi, ma se deve scegliere tre nomi non ha dubbi: Franco Baresi, Marco Van Basten e Ivan Lendl.

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