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Libri: “Mondiali 1982. La rivincita”. Italia vs Brasile

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GLIEROIDELCALCIO.COM – Pubblichiamo, come preannunciato (vedi intervista con l’autore qui), il primo estratto del libro “Mondiali 1982. La rivincita” di Francesco De Core, Vicedirettore del Corriere dello Sport-Stadio, edito da Diarkos.

L’estratto, scelto di concerto con l’autore, si riferisce ad una partita entrata nella leggenda, Italia vs Brasile 3-2.

Ringraziamo ancora l’autore e la casa editrice per averci dato questa possibilità.

Buona lettura.

Il Team de Gli Eroi del Calcio.com

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“Minuto trenta della ripresa. Numero settantacinque della gara. A quindici dal fischio finale. L’Italia conquista il primo angolo della partita. Conti calcia in un fazzoletto di campo, quasi sovrastato da fotografi, agenti della sicurezza, pubblico accalcato sulla rete di protezione. La traiettoria è alta, pare poco pericolosa, la palla casca al centro dell’area dove Socrates e Paulo Isidoro la contendono a Scirea. Ne viene fuori un passaggio per Tardelli, che tira d’istinto, a volo, braccato da due brasiliani. Graziani è sulla linea dell’area piccola, abbozza una deviazione. Però dietro di lui c’è Rossi. Al posto giusto nel momento giusto. E con il piede giusto. Il destro. Peres, rimasto tra i pali, non può far nulla. «È pareggio, di nuovo Rossi…» urla sbagliando Martellini, inconsciamente risultando il 2-2 precedente come una sconfitta. No, siamo 3-2. Si vince. Tre volte Rossi. Tre volte Pablito. Un gol di puro opportunismo, l’ultimo. «In quell’istante avrei abbracciato l’Italia intera».

E l’Italia intera abbraccia lui, lo coccola contrita dopo averlo trattato come un reprobo, un fantasma, un giocatore finito. La gioia è grande, si libra nel cielo di Barcellona come un aquilone impazzito. Mancano quindici minuti. Un solco infinito tra l’Italia e la gloria. Il Brasile è come una bestia che sanguina. Attonito, stupefatto. Sbanda Santana, che aveva inserito Paulo Isidoro per chiuderla definitivamente, la partita. Non per trovarsi sotto, a rincorrere. A giostrare sul bordo della disfatta. Una punta sul 2-2, anziché un centrocampista per Serginho. O un difensore. No, il Mondiale va stravinto. Senza calcoli. Senza foglietti. Senza differenza reti.

Ma l’Italia è l’Italia. L’Italia è questa. Non ti fa giocare, non ti fa esprimere, ti asfissia. Quando sta per cedere, ti colpisce a freddo. Si piega senza mai spezzarsi. Non si è spezzata contro la solidità dei polacchi, nei giorni lontani di Vigo. Non contro la baldanza pur ingenua dei camerunensi. E neppure contro la superba possanza dei campeones d’Argentina, esaltati dalla divina classe di Maradona. Una cura per ogni avversario, una plastica capacità di adattarsi e di rialzarsi, mettendo a maggese il terreno prima della semina e del raccolto. Perché quest’Italia non sa solo distruggere. Sa costruire. Il Brasile ha fatto finta di non saperlo, ha giocato solo su di sé, mai rapportandosi all’avversario. Errore supremo. Ha quindici minuti per cancellarlo. Non sono pochi, ma neppure tantissimi. Nel calcio di strada, in un quarto d’ora può succedere di tutto. Basta un dribbling, una giocata di quelle che sulla spiaggia, a Rio, chissà quante ne vedi.

Eppure il Brasile è come paralizzato dal veleno che si è inoculato. L’Italia è stremata, ma lo sbarramento non cede. Anzi. In contropiede, Oriali serve Antognoni che da pochi passi segna il 4-2. Klein annulla, su indicazione del guardalinee. In Italia è già festa: i tifosi, ubriacati dalla nuova segnatura, manco si accorgono che la palla non viene riportata dai brasiliani a centrocampo. Antognoni si dispera, ma non c’è tempo, né fiato, per protestare. Il Sarrià è il tempio del delirio. La panchina azzurra, dalla trincea, si catapulta più volte a bordo campo. L’orologio scorre lentissimo. Il Brasile attacca e come spesso accade a testa bassa si sbatte contro un muro senza scalfirlo. Tardelli, intanto, è uscito per infortunio. Una contrattura muscolare dopo il terzo gol. Vive la partita imprigionato nel sottopasso. Al suo posto c’è Marini. Sente l’urlo del Sarrià. Si abbatte, è come uno schiaffo. Crede che il Brasile abbia pareggiato. No, era il quarto gol azzurro, poi annullato. Sta lì, zoppica per il dolore al polpaccio, soffre, strepita, chiede informazioni. È un leone fuori dall’arena. Teme di non poter giocare più, in caso di passaggio del turno. Ma il passaggio del turno è tutto in quella matassa di minuti che non si sbroglia mai, in quel dimenarsi, in quei boati, in quella battaglia che ora sta arrivando a conclusione. E lui ne sta fuori.

Come in ogni epilogo che già capisci diventerà storia, nel bene e nel male, c’è un’ultima azione, un ultimo secondo. Un’ultima opportunità. In battere o in levare, il destino non la nega mai. Da posizione esterna ma pericolosa, sulla trequarti, Eder prepara una punizione. Il suo sinistro, maligno e preciso come colpo di fioretto, è il calcio più temuto dagli italiani. Che sia diretto verso la porta oppure al servizio di un compagno. La traiettoria è subdola, lunga, sul palo opposto. Dove interviene Oscar, di testa, balzato dalle retrovie. Salta praticamente da solo, sfruttando il blocco involontario di un compagno. Zoff però è lì. Posizionato perfettamente. Sicuro nei suoi essenziali movimenti. Forte come nessun altro. Si accartoccia sulla palla, tenendola stretta a sé, quasi sulla linea di porta. Quasi. Il suo corpo, proteso a testa in giù, fa da scudo sia alla palla che alla linea. Di qui c’è la vita; poco oltre, invece, la fine. Il buio. Nessuno vede più nulla. Solo il corpo del portiere. Che tutto protegge: la palla, la linea, il risultato, l’Italia, il Mondiale che è stato e che sarà. Socrates alza le braccia pensando al gol, poi muovendole per richiamare l’attenzione dell’arbitro. Così come Zico al suo fianco.

Pensano, sperano, che il pallone abbia varcato la linea. Pochi centimetri. Ma non è così. Scambiano il desiderio per la realtà. «I secondi più lunghi di sempre. Terribili, di paura che l’arbitro potesse veder male. Fortunatamente sono rimasto con la palla lì. Klein era sulla mia destra: in buona posizione, ha visto giusto». La parata perfetta. Un successivo calcio d’angolo, con Eder che butta via il cartellone pubblicitario della Coca-Cola – lo sponsor dominante, assieme all’Adidas, della manifestazione – con rabbia per meglio posizionarsi, si traduce in un nulla di fatto: Zoff spazza ancora, Cerezo colpisce Cabrini in gioco pericoloso. Minuto quarantasei e tredici secondi: al rinvio del capitano, l’arbitro fischia. Non c’è più tempo, per il Brasile. È l’ora della sconfitta, bruciante, inattesa. Una disgrazia nazionale: colpito al tallone, l’eroe si spegne nella sua vanagloria. È l’ora della Nazionale, della sua incredibile rivincita, del sogno che non è più utopia, un sogno impastato di grida e sudore. Ed è l’ora di Enzo Bearzot, l’allenatore testardo che diventa lo stratega più raffinato di sempre, il nuovo Pozzo, a voler misurare la temperatura che da glaciale si è fatta di fuoco”.

 

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