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Le Penne della S.I.S.S.

Armando Picchi: libero anarchico

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Marvin Trinca) – Spalle larghe, volto incavato, temperamento popolare e sanguigno questo era Armando Picchi. Nella città di Amedeo Modigliani e di Giovanni Fattori, Livorno, il 20 giugno 1935 nacque, in piazza Mazzini nel quartiere Borgo dei Cappuccini, un altro artista che però non usava il pennello ma bensì la sfera di cuoio. Armandino, come veniva chiamato dai livornesi, proveniva da una famiglia della piccola borghesia labronica che ebbe due figure importantissime: i nonni Egisto Picchi e Costante Neri. Analizzando i personaggi citati in precedenza si capisce da dove Picchi ereditò il suo carattere ribelle e la determinazione che lo resero uno dei liberi più grandi della storia del calcio italiano.

Il primo, il nonno paterno Egisto, era stato un fervente mazziniano, come testimoniava il quadro dell’eroe risorgimentale appeso in casa e sul quale non era ammessa nessuna critica. La città labronica ebbe una storia risorgimentale molto importante lo testimonia l’esecuzione del patriota Enrico Bartelloni avvenuta durante l’assedio di Livorno nel 10-11 maggio 1849 dove la città venne saccheggiata dagli austriaci. Per molti versi questa storia di ribellione segnò, nel senso buono, i livornesi nati dopo l’Unità d’Italia tra cui il nonno di Armandino. Egisto Picchi negli anni venti ebbe problemi anche con il regime fascista; infatti venne messo alla sbarra nel cosiddetto “processo ai livornesi”, dove i manifestanti sfilarono nella pubblica via con fiocchi rossi e neri. Il secondo nonno, quello materno, Costante Neri, non era da meno del primo perché più volte sotto il fascismo si rifiutò di prendere parte alle adunate “oceaniche” per rendere omaggio a Galeazzo Ciano. Coltivò in segreto simpatie anarchiche. Gli anarchici livornesi non erano dei semplici sognatori, anzi erano molto ruvidi, non usavano mezzi termini e lo testimonia l’assassinio del fondatore e direttore de Il Telegrafo Giuseppe Bandi un ex garibaldino quindi non proprio un reazionario.

Questo era il background famigliare che Armando Picchi ereditò e che seppe incarnare a pieno sul campo di calcio. In Picchi si poteva trovare l’essenza di Livorno, cioè quella tempra ribelle, generosa e insofferente a ogni imposizione. Quella storia di porto franco aperto a qualsivoglia nazione (citando le Leggi Livornine del 1591-93). La storia di una città colma di spirito associativo, di lavoratori colti capaci di creare grandi biblioteche dentro le cooperative; una città con un forte senso dell’amicizia e la predisposizione alla buona cucina. Il capitano interista era come uno specchio, dove la Livorno popolare poteva guardare e veder riflessa la propria immagine in esso. Tutto questo retaggio culturale marcò fortemente il carattere di Armandino e influì nelle sue scelte di vita.

La sua avventura calcistica partì proprio dal suo Livorno nel ruolo di mediano ma fu l’allora tecnico dei labronici Mario Magnozzi che lo trasformò in un terzino destro e la mossa fu azzeccata perché in quella posizione Picchi riusciva a sfruttare a pieno tutto il suo agonismo sportivo. La svolta della sua carriera arrivò intorno al 1960 quando l’Inter lo acquistò dalla S.P.A.L e dal nulla il livornese si ritrovò in una delle squadre più importanti del calcio italiano. Helenio Herrera (Il Mago) che aveva appena preso le redini della squadra stava gettando le basi per la nascita della Grande Inter e Picchi, forse inconsapevolmente, sarebbe diventato un pilastro di questo progetto e uno dei più rappresentativi di quella compagine. Herrera, nel 1963, era diventato orfano del suo libero Bruno Bolchi ceduto al Verona. Andava sostituito e “Il Mago” ebbe l’intuizione di spostare Armandino da terzino a libero perché aveva notato la grande predisposizione naturale del livornese nei ruoli di comando e di guida tattica. Nonostante il suo carattere scontroso verso le imposizioni, aveva dimostrato più volte che era in grado di condurre in maniera superlativa la difesa nerazzurra e sulla base di queste considerazioni Herrera decise che il suo nuovo libero difensivo sarebbe stato proprio Picchi. Così per la prima volta in vita sua Armando Picchi mise a disposizione della squadra tutto il suo spirito anarco-mazziniano interpretando il ruolo del libero in tutta la sua essenza. Era l’ultimo uomo della difesa, col carisma per innalzarsi come estremo baluardo davanti al portiere nei momenti difficili e con la giusta qualità per dialogare con un fuoriclasse come Suarez. Picchi si trasformò in un vero capito, il capitano della leggendaria Grande Inter che vinse tre scudetti, due Coppe dei Campioni e due coppe Intercontinentali.

Il suo carattere ribelle lo portò contro la ferrea disciplina del suo mister e così abbandonò l’Inter per concludere la sua avventura calcistica nel Varese (1969). Ritiratosi intraprese la carriera di allenatore dimostrando grandi capacità salvando il Livorno dalla retrocessione e portandolo fino il nono posto in classifica. Boniperti lo portò alla Juventus nel 1970 e fu lui ad allestire la compagine bianconera che dominerà il calcio italiano per tutti gli anni 70. Purtroppo non vedrà mai la sua opera finita perché nel 1971 Picchi morì a causa di un tumore alla colonna vertebrale. Aveva 35 anni quando assunse la guida della Juventus. Picchi fu grande non solo dal punto di vista del calcio giocato ma anche per merito della sua capacità di “leggere la partita” una caratteristica che lo rendeva un “allenatore in campo”.   Negli anni sessanta Picchi si conquistò l’immagine di giocatore simbolo di quel decennio ma in seguito fu chiaro a tutti: Armandino insieme a Gaetano Scirea e Franco Baresi fu il libero più forte della storia del calcio. Un livornese vero, carismatico, grintoso, verace e insofferente alle imposizioni. Furono queste sue caratteristiche che lo resero un grande giocatore in grado di guidare la Grande Inter verso traguardi gloriosi. Un uomo glaciale quando entrava nel ruolo di Picchi capitano dell’Inter ma fuori da esso un grande cuore e un sorriso smagliante. Libero in tutti sensi, un libero immenso per la gloria dell’Inter.

 

Bibliografia

Nando Dalla Chiesa, Capitano mio capitano, La leggenda di Armando Picchi, livornese nerazzurro, Arezzo, Limina, 1999.

Valberto Milani Armando Picchi. Uomo e campione, Benvenuti e Cavaciocchi, Livorno 1999.

Fabio Bertini, Risorgimento e questione sociale. Lotta nazionale e formazione della politica a Livorno e in Toscana (1849-1861), Firenze, Le Monnier, 2007.

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Nato a Livorno il 5 febbraio 1988, si è laureato in "Storia contemporanea" all'università di Pisa, in particolare si occupa di storia dello sport, ha approfondito i filoni di ricerca relativi a questo campo di studi, più precisamente della storia del pugilato italiano e statunitense. Per GliEroidelCalcio in convenzione S.I.S.S.

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