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Le Penne della S.I.S.S.

Napoli-Juventus 1968: rissa e addio

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Sin dagli albori, la storia del nostro calcio si fonda sul campanilismo, sulla accesa rivalità tra città e città, tra paese e paese, che proprio nello sport del pallone ha trovato la sua sublimazione.

È questa rivalità accesa che è stata la linfa vitale che ha nutrito e favorito la crescita del calcio nel nostro Paese, fino a diventare lo sport nazionale al posto del ciclismo, altra disciplina nazional – popolare, in cui però l’identificazione con il campione di turno era più eterogenea, senza confini specifici: si tifava per Alfredo Binda o per Costante Girardengo o per Learco Guerra, per Fausto Coppi o per Gino Bartali, ma lo facevano tutti, senza distinzioni.

Il calcio no, al massimo il tifo è diviso nella regione, torinisti e juventini, milanisti e interisti, poi la grande popolarità che hanno assunto determinate squadre ha allargato i limiti geografici, ma la sostanza resta quella.

Una rivalità geografica particolarmente acuita tra l’opulento Nord e il “povero” Sud che nel corso degli anni e della storia ha portato a limiti, spesso estremi, talvolta superati, la sfida tra Juventus e Napoli. 

Perché è diventata particolarmente importante una partita di calcio tra queste due squadre, una sfida che solo negli ultimi anni ha visto obiettivi concreti in palio?

Quali significati nascosti cela la rivalità così marcata tra i due popoli – tifoserie?

Forse una delle risposte può essere trovata proprio nella logistica stessa della sfida, quell’attraversare tutta la penisola in un senso o nell’altro, trascinandosi dietro tutte le identità e le contraddizioni che tale viaggio propone.

Un viaggio non di unità ma di divisione, quasi una battaglia “etnica” tra il Nord e il Sud della penisola.

Una disomogeneità che l’Unità nazionale raggiunta nel 1861 ha finito per acuire anziché annullare, come rilevabile nelle parole dello storico Giustino Fortunato, che affermava: “Che esista una questione meridionale, nel significato economico e politico della parola, nessuno più mette in dubbio. C’è fra il nord e il sud della penisola una grande separazione nel campo delle attività umane, nella intensità della vita collettiva, nella misura e nel genere della produzione e, quindi, per gli intimi legami che corrono tra il benessere e l’anima di un popolo, anche una profonda diversità fra le consuetudini, le tradizioni, il mondo intellettuale e morale”.

Diversità che in epoca moderna hanno trovato il loro motivo di rivalsa nel campo calcistico, e la sfida tra Juventus e Napoli, al di là del puro significato tecnico – sportivo, regge la propria rivalità anche su tutto il retaggio precedentemente accennato.

Quasi un derby, non nell’accezione comune del termine, intendendo una sfida stracittadina, ma più ampio geograficamente, forse più vero del derby d’Italia generalmente identificato, Gianni Brera dixit, nell’incrocio tra Juventus e Inter.

Qui si va oltre la rivalità puramente pedatoria, e spesso campi e spalti sono diventati arene roventi oltre l’incrocio dei bulloni degli scarpini, non solo di intemperanze verbali. 

Come accadde nel 1968.

Il Napoli viveva uno dei suoi soliti periodi di alti e bassi, tra sogni di gloria e dolorosi impatti con la realtà, ma con la passione popolare sempre intatta, sempre viva e calda.

Il patron era ancora Achille Lauro, presidente aveva designato Antonio Corcione, iniziava a conquistare la ribalta Corrado Ferlaino, mentre in campo anarchia e fantasia, giocate e intemperanze erano regalate da Omar Sivori. 

L’argentino, dios del “San Paolo” prima di Diego Armando Maradona, era stato ceduto ai partenopei proprio dalla Juventus. 

I bianconeri stavano portando a termine un periodo buono ma non esaltante, che aveva visto le rivali storiche Inter e Milan vincere la Coppa dei Campioni, lo scudetto vinto nella stagione 1966/1967 sarebbe stato l’ultimo di un decennio che aveva visto i bianconeri trionfare solo un’altra volta, nel campionato 1960/1961.

Sulla loro panchina sedeva Heriberto Herrera, quasi omonimo del più noto Helenio interista, un paraguayano dal carattere duro ma dalle idee innovative, il movimiento, che anticipava il calcio totale olandese che si affermò in quegli anni.

L’inflessibilità e le richieste tecniche, atletiche e tattiche dell’allenatore poco o nulla si sposavano con l’esuberanza e la fantasia di Sivori, numerosi furono gli scontri verbali, fino alla sua cessione al Napoli.

Ritorniamo, quindi, alle vicende di quel dicembre del 1968 quando, in un’atmosfera già natalizia fuori, ma tutt’altro che tale in campo, le due squadre si trovano di fronte a Napoli, per la nona giornata di andata del campionato.

Herrera che ben conosceva i limiti caratteriali di Sivori e la sua propensione all’insofferenza e alla rissa, predispose su di lui la marcatura arcigna, e anche di più, di Erminio Favalli.

Lo scontro fra i due fu una partita nella partita, una serie di insulti e falletti da parte del bianconero tesi a provocare l’azzurro, che raggiunsero il loro scopo a un minuto dalla fine: ennesima entrata dura di Favalli, reazione con annesso calcione di Sivori, inevitabile rosso per il Cabezon da parte dell’arbitro Fulvio Pieroni.

E inizio della rissa: il partenopeo Dino Panzanato si butta nella mischia in difesa del compagno, interviene lo juventino Sandro Salvadore che lo stende con un pugno, ancora si rialza Panzanato che con un uno – due manda al tappeto il bianconero.

Alla fine tutti espulsi, ai punti di sutura per le ferite del match di pugilato si aggiunsero le giornate di squalifica comminate dal Giudice Sportivo: nove a Panzanato, quattro a Salvadore, sei a Sivori, più due mesi di squalifica all’allenatore del Napoli Giuseppe Chiappella. 

Ma le conseguenze reali di quella rissa da saloon del Far West furono altre, perché Sivori, ormai stanco e forse deluso da quell’ultima parte della sua carriera, decise di abbandonare il Napoli e il calcio, e volò subito nella sua Argentina, quasi come avrebbe fatto Maradona anni dopo al termine del suo settennato, vincente, in azzurro, e Sivori sarebbe rimasto l’unico argentino nel cuore dei tifosi napoletani fino all’arrivo di D10s.

Per la cronaca, quella partita terminò due a uno per il Napoli, con questo tabellino: 

01/12/1968, Napoli, Stadio “S. Paolo”, Serie A 9^ gior., Napoli – Juventus

Napoli: Zoff, Nardin, Pogliana, Zurlini, Panzanato, Bianchi, Cané (68’ Salvi), Juliano, C. Sala, Sivori, Montefusco. All.: Giuseppe Chiappella

Juventus: Anzolin (17’ Sarti), Salvadore, Leoncini, Bercellino, Roveta, Del Sol, Favalli, Benetti, Anastasi, Haller,  Menichelli. All.: Heriberto Herrera

Arbitro: Fulvio Pieroni di Roma

Espulsi: 89’ Sivori (N), 89’ Panzanato (N), 89’ Salvadore (J)

Marcatori: 13’ Anastasi (J), 15’/37’ Montefusco (Na)

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allenatore di calcio professionista, si dedica agli studi sullo sport, il calcio in particolare, dividendo tale attività con quella di dirigente e allenatore. Giornalista pubblicista, socio Ussi e Aips, è membro della Società Italiana di Storia dello Sport (Siss), dell’European Committee for Sports History (Cesh), dell’Associazione dei Cronisti e Storici dello Sport (La-CRO.S.S.). Relatore a numerosi convegni, oltre a vari saggi, ha pubblicato: 80 voglia di vincere – Storia dei Mondiali di Calcio (2010); La Vita al 90° (2011), una raccolta di racconti calcistici; Più difficile di un Mondiale – Storia degli Europei di Calcio (2012); Il Destino in un Pallone (2014), una seconda raccolta di racconti calcistici; Lasciamoli giocare-Idee per un buon calcio giovanile (Edizioni del Sud, Napoli 2016). Per GliEroidelCalcio in convenzione S.I.S.S.

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