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Massimo Moratti: “Herrera … ce lo segnalò un giornalista della Gazzetta dello Sport”

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Massimo Moratti

Massimo Moratti, imprenditore ed ex Presidente dell’Inter, ha rilasciato un’intervista al Corriere della Sera dove ripercorre la storia della sua famiglia e dell’Inter.

Di seguito uno stralcio …

Su Nordahl …

«Grande, grosso, inarrestabile. Ne avevo una paura fisica: lo vedevo a San Siro e me lo sognavo di notte. Nordahl fu l’uomo nero della mia infanzia».

Calciatore preferito …

«Benito Lorenzi, detto Veleno. Fuori dal campo era dolcissimo: si prendeva cura teneramente dei figli di Valentino Mazzola, Sandro e Ferruccio. Ma in campo diventava tremendo. Provocava il pubblico, prima e dopo aver segnato. Fu Lorenzi a soprannominare Boniperti Marisa, nonostante fossero amici. Boniperti si arrabbiava moltissimo».

II calciatore più forte …

«Ve ne dico due: Angelillo e Ronaldo. Due storie parallele. Come Herrera e Mourinho […] Angelillo era classe pura. Fece un campionato straordinario, da 33 gol. Poi si innamorò perdutamente di una cantante, e si perse. Lo vendemmo e con il ricavato comprammo Luisito Suarez: intelligentissimo».

E Ronaldo?

«Era venuto a trovarmi quando giocava nel Psv, con una fidanzatina olandese… Quando arrivò all’Inter era il calciatore più forte del mondo. Dopo gli infortuni non è più tornato a quel livello».

Herrera …

«Ce lo segnalò un giornalista della Gazzetta dello Sport, mi pare proprio Franco Mentana, il papà di Enrico. Il Mago e Mourinho avevano molte cose in comune […] Lavoravano e studiavano moltissimo. Sapevano di psicologia e di medicina. Quando arrivò José, il nostro medico disse: finalmente un allenatore che mi aiuta».

Brera raccontava che il Mago si aiutava con certe pastigliette …

«Brera scherzava. Mio padre non l’avrebbe mai permesso. E il Mago aveva molto rispetto per mio padre, quasi soggezione».

Nel 1964 la prima Coppa dei Campioni.

«Alla prima partecipazione. Battendo 3 a 1 il Real Madrid, che vinceva sempre. Ma Herrera mise Burgnich su Di Stefano e Tagnin su Puskas… Una gioia indescrivibile».

L’anno dopo rivinceste la Coppa a San Siro, gol di Jair.

«Pioveva, la palla passò sotto la pancia del portiere del Benfica. Si vince anche così».

Il suo eroe?

«Mariolino Corso. Mai vista un’ala con tanta classe. Ho amato Recoba perché in lui rivedevo l’imprevedibilità di Corso».

Sulla sconfitta dell’Inter il 5 maggio 2002 contro la Lazio …

“I giocatori credettero di aver avuto segnali dai colleghi della Lazio: non si sarebbero impegnati, per non favorire la Roma. Tutte balle. Ne ero convinto già prima del fischio d’inizio, e li avvisai: “Nessuno ci regalerà nulla”. Eppure entrarono in campo con una sicurezza eccessiva. E non sono mai riusciti a prendere in mano la partita. Mi sentivo così responsabile che mi dissi: non lascerò il calcio finché non avrò la rivincita».

Mazzola ha raccontato di aver lasciato l’Inter perché lei si consultava con Moggi.

«Non è andata così. È vero che Moggi voleva venire all’Inter, e io non gli ho mai detto esplicitamente che non lo volevo; ma non l’avrei mai preso».

Perché?

«Perché la serie A era manipolata; e noi eravamo le vittime. Doveva vincere la Juve; e se proprio non vinceva la Juve toccava al Milan. Una vergogna: perché la più grande forma di disonestà è imbrogliare sui sentimenti della gente».

All’Inter comandava Facchetti.

«Un uomo splendido. Una volta gli dissi: “Giacinto, possibile che non si trovi un arbitro, uno solo, disposto a dare una mano a noi, anziché a loro?”. Mi rispose: “Non può chiedere a me una cosa del genere”».

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