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Le Interviste degli Eroi

ESCLUSIVO – Intervista a Gigi Orlandini: “Il mio era un calcio di strada perché non c’erano le scuole calcio”

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(GLIEROIDELCALCIO.COM di Andrea Gioia)

Non capita spesso di poter parlare con calciatori che hanno scritto pagine importanti della nostra Serie A degli anni ’90.

Uno di questi, sicuramente, è un talentuoso numero 7 dai piedi molto educati e dal grande passato sportivo.

Gigi Orlandini lo incontriamo per una intervista esclusiva a Gli Eroi del Calcio e notiamo da subito la sua gentilezza e la sua disponibilità. Gigi vive ormai stabilmente al sud da molti anni, ma è rimasto molto legato alla sua terra.

Cerchiamo di parlare della sua carriera partendo dall’oratorio e capiamo che, oltre al campione che ha giocato per club come Milan, Inter o Parma, Orlandini è un uomo con una fortissima passione per questo sport. Una passione che trasmette ai giovani nella sua scuola calcio.

Gigi, com’era il “calcio dell’oratorio” ai tuoi tempi?

“Il mio era un calcio di strada perché non c’erano le scuole calcio, non esistevano. Tanti partivano dagli esordienti o dai giovanissimi direttamente. Il gioco era una scoperta continua: imparavi a giocare per strada emulando le gesta dei campioni o di qualche bambino più bravo. In questo modo sviluppavi l’equilibrio e la coordinazione.

Noi apprendevamo e sperimentavamo sul campo. 

Una volta acquisita una capacità tecnica la facevi tua. Adesso l’insegnamento calcistico è più “scolarizzato” perché i bambini seguono delle precise linee guida fin dall’inizio”.

Ci racconti il tuo passaggio al settore giovanile dell’Atalanta?

“Sono arrivato all’Atalanta attraverso un classico provino; quel giorno ho giocato bene e sono riuscito a dimostrare le mie qualità. Il selezionatore, il maestro Bonifacio che ancora ricordo, ha creduto in me e mi ha scelto. Per me era tutto bello perché era un divertimento. Il passaggio ad una grossa società non mi ha spaventato soprattutto perché, giocando sempre per strada, il nostro unico obiettivo era quello di arrivare a dimostrare cosa sapevamo fare e, magari, essere scelti.

Io facevo 40 minuti di pullman per andare ad allenarmi a Bergamo e non mi pesava assolutamente”.

Poi è arrivato l’esordio in Serie A nel 1991. Cosa ricordi di quell’anno e di quella squadra?

“Io facevo parte della Primavera e spesso c’era bisogno di qualche innesto giovane in prima squadra a causa di infortuni o altro. Ho iniziato a fare qualche allenamento, poi qualche amichevole giocata il giovedì e alla fine si è trovato il modo di farmi esordire. La bravura dell’Atalanta, nel mio caso, è stata quella di non forzare. Non mi hanno buttato “in pasto ai leoni”, ma hanno saputo trovare il giusto momento. Non mi hanno “bruciato” ma mi hanno valorizzato”.

Quale giocatore ricordi particolarmente di quella squadra?

Stromberg, il capitano, era un riferimento importante per tutti, soprattutto per noi giovani. C’era anche Caniggia: un grande, una velocità incredibile. Ricordo che arrivava sempre coi capelli al vento”.

Ci sono grosse differenze tra la Serie A di oggi e quella nella quale giocavi tu?

“Assolutamente si. Negli anni ’90 c’erano molti più campioni ed i campionati erano molto più competitivi. C’erano tante squadre che lottavano per lo scudetto o per l’Europa. Le squadre erano tutte ben attrezzate. Io, giocando sulla fascia, incontravo gente come Maldini che è stato il numero uno a livello mondiale. Livello altissimo”.

Nella stagione 92/93 vai al Lecce in prestito. Come fu la prima esperienza fuori da Bergamo?

“Ho scoperto una città bellissima. Un’annata in cui è andato tutto bene, sia dal punto di vista calcistico che per quanto riguarda il mio inserimento nella realtà salentina. 

La nostra era una buona squadra e poteva contare su gente come Notaristefano, Baldieri, Benedetti e Simone Altobelli”.

Il grande passo arriva nel 1994 con il trasferimento all’Inter di Bianchi. Bell’esperienza?

“Quando sono arrivato avevo appena vinto l’Europeo U21. Mi sono trovato a 22 anni a giocare in una grossa squadra e in uno stadio mitico. Il primo anno è andato molto bene a livello personale. Le difficoltà sono iniziate l’anno successivo con l’arrivo di Hodgson. Quella stagione era la prima della nuova società, una società che aveva investito molto e aveva portato gente come Paul Ince, Roberto Carlos e un giovane Zanetti”.

La fine del decennio la concludi nello squadrone Parma, vincendo una Coppa Uefa e una Coppa Italia? Grande squadra quella?

“Credo sia stato il Parma più forte di tutti i tempi, sicuramente la squadra più forte nella quale ho giocato”.

L’allenatore di quel Parma era Malesani. Com’era?

Era un bravo allenatore con delle belle idee. Il problema è che, venendo da campionati importanti, l’approccio che ha avuto a Parma non è stato dei migliori ai tempi. Con il passare del tempo, però, le divergenze si sono appianate. Malesani voleva trasferire il suo calcio a 360 gradi, lavorando molto sulla tattica. Ma quel Parma non era una squadra che voleva lavorare molto su quello o, perlomeno, solo su quello. I giocatori avevano voglia di giocare partitelle e altro. La gestione è molto importante quando hai tanti campioni e nazionali”.

Il Milan la società migliore?

“La più importante e la più organizzata dove io sono stato. Quando sento parlare la gente che dice che il Milan ha vinto solo perché era impossibile non farlo con quei campioni, non sono pienamente d’accordo. La programmazione che c’era portava alla vittoria. Erano maniacali nel dettaglio. Hanno vinto tanto per questo. Io sono andato via perché volevo giocare; quell’anno la rosa era folta e noi siamo stati eliminati in coppa. Di conseguenza c’era poco spazio”.

La domanda d’obbligo è su quella partita e su quel Golden Goal. Ce li racconti?

“Il Portogallo era una squadra forte. Eravamo consapevoli che fosse più forte di noi ma questo ci ha dato la carica per giocare una bella partita.

Noi avevamo giocato contro di loro già due volte nel girone eliminatorio; la prima volta abbiamo perso 2-0 e non ci hanno fatto capire niente, la seconda volta li abbiamo sconfitti 2-1 a Padova.

Li avevamo già battuti. Sapevamo che si potevano battere, soprattutto in partita secca. 

C’è da dire che in quella finale loro fecero una grande gara.

Io speravo di giocare. In quel biennio ero quello che aveva fatto più presenze ma avevo rischiato di rimanere fuori dalla lista dei 20. Senza l’infortunio di Cois probabilmente non avrei fatto parte del gruppo. Nel calcio le situazioni che cambiano improvvisamente sono infinite. 

Maldini mi inserì perché Inzaghi era stanco e magari voleva mettere gente forte fisicamente sulla fascia. Era una grandissima persona, Maldini. Gli abbiamo voluto bene tutti in quella squadra”.

Da tanti anni ti occupi di settori giovanili. E’ bello lavorare per far crescere i giovani?

“Da quando ho smesso ho iniziato a lavorare con i ragazzi. Adesso ho una scuola tutta mia, l’ASD Gigi Orlandini. Mi piace insegnare questo sport. Essendo stato un giocatore professionista, non insegno loro solo nozioni tecniche, ma anche il modo di comportarsi in squadra. Cerco di dare ai ragazzi le basi. Fare l’allenatore è completamente diverso dall’essere un giocatore, ad esempio. I giocatori sono egoisti sotto molti punti di vista ma l’allenatore, al contrario, non può esserlo perché deve pensare al gruppo.

Io ho sempre cercato di mettere in panchina gli insegnamenti e la pratica che avevo sviluppato sul campo. 

Adesso direi che non è facile allenare i ragazzi. I tempi sono cambiati.

Senza voler fare di tutta l’erba un fascio, la maggior parte gioca non per diventare un professionista, calcare campi importanti o realizzare il proprio sogno di bambino, ma perché attratti dal fatto di diventare ricchi ed avere successo.

Io credo che il gioco debba essere passione, altrimenti non c’è divertimento.

La differenza sostanziale tra calcio di un tempo e calcio moderno è proprio questa.

Oltre alla pressione dei genitori: prima ce n’era molta meno”.

 

Un grazie a Gigi Orlandini per la sua estrema disponibilità. Un campione che ha saputo realizzare il suo sogno di bambino, rimanendo sempre semplice.

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Classe '83, viaggiatore instancabile ed amante del calcio e dello sport tutto. Una Laurea in Comunicazione, una tesi sul linguaggio giornalistico sportivo degli anni '80 ed una passione per il collezionismo, soprattutto quello inerente la nazionale italiana. Alla sua attività turistica, associa collaborazioni con giornali del mondo travel. Testata preferita: GLIEROIDELCALCIO.COM"

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