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Libri: “La Regia di Pippo”. L’impresa di Cesena

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Federico Baranello) – Per la rubrica “Libri” abbiamo raggiunto e intervistato Antonello Cattani, autore del libro “La Regia di Pippo”, edito da Urbone Publishing.

“La Regia di Pippo” è un titolo che può essere letto in due modi. Regia (con l’accento sulla i) in senso cinematografico, visto che Marchioro ha diretto in modo mirabile e mettendoci sempre del suo le squadre allenate. Dal Cesena “all’olandese” che raggiunse la qualificazione per la Coppa Uefa alla delusione Milan, dove forse era troppo avanti per i tempi. Dal successo di Como, dove in due periodi diversi collezionò tre promozioni, tra cui il primo “filotto” consecutivo della storia dalla serie C alla serie A, per arrivare alla prima, storica promozione del Barletta in serie B.

Regia (senza l’accento sulla i) è anche l’affettuoso appellativo con il quale i tifosi chiamano la propria squadra, la Reggiana. E qui Marchioro ha compiuto il suo capolavoro, rimanendo per ben sei anni, raccogliendo una squadra in serie C portandola fino alla massima serie. Dai dirigenti ai giocatori, tutti a distanza di trent’anni, sono ancora legati tra di loro e a Pippo come a un padre o un fratello. C’è chi lo sente ancora tutte le settimane o va o trovarlo nella sua casa a Cesena.

L’effigie di Marchioro è impressa sulle gradinate del vecchio stadio Mirabello, vera roccaforte di quegli anni e difficilmente espugnabile. Un tributo meritato da parte di una città che gli ha voluto e gli vuole bene non solo per i suoi successi sul campo, ma soprattutto come grande uomo.

Un triplo appuntamento per noi: l’intervista sabato scorso e oggi il primo dei due estratti del libro.

Si ringrazia la casa editrice Urbone Publishing per l’opportunità.

Buona lettura.

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IL CESENA IN COPPA UEFA

La squadra del presidente Manuzzi, al suo terzo campionato consecutivo in serie A, acquistò due pedine importanti come Frustalupi e Oddi, entrambi protagonisti dello scudetto con la Lazio del 1974. La salvezza rimaneva l’obiettivo principale, anche se non si nascondevano ambizioni maggiori.

Davanti al confermato, estroso, portiere Boranga, con Cera splendido libero moderno, leggermente arretrato rispetto allo stopper Danova, si alternavano Ceccarelli, Oddi e Zuccheri, che talvolta avanzava di posizione al posto di Festa. A centrocampo Frustalupi era l’autentico cervello, il leader da cui passava il gioco e non solo, visto che realizzò ben sette reti, una in meno del miglior marcatore Urban con otto centri. Completavano la zona centrale la qualità di Rognoni e la quantità di Festa, mentre l’attacco vedeva al centro Bertarelli oppure “Gil” De Ponti con ai lati Bittolo e lo stesso Urban a fare sia la fase di attacco che quella difensiva in un moderno 4-3-3.

In quel Cesena alla fine ben undici giocatori (su sedici della rosa, escludendo i portieri) segnarono almeno un gol a dimostrazione di un grande spirito collettivo orchestrato alla perfezione da Pippo Marchioro.

Già alla seconda giornata il Cesena regolò a sorpresa per 2-0 la più quotata Roma, allenata da Nils Liedholm, che Pippo conosceva bene per averlo prima ammirato ai tempi delle giovanili del Milan e poi per essere stato suo secondo al Monza, all’inizio della carriera di allenatore. «Vedi caro Pippo, tu non arriverai da nessuna parte. Tu non hai le palle, sei troppo leggerino, non riuscirai mai a fare l’allenatore»[1] disse all’epoca Liedholm a Marchioro, che non dimenticò quella frase. Così quella domenica di ottobre Pippo mise in scena una bella vendetta a scoppio ritardato. «Ricordo ancora bene la faccia di Nils a fine partita. Come gli giravano le balle. Gli giravano forte …»[2]

Nel girone di andata il Cesena conobbe una sola sconfitta a Napoli, per il resto cinque vittorie e nove pareggi per un totale di diciannove punti e salvezza già in tasca, con possibilità di pensare a qualcosa di più.

Il 30 novembre spiccò nei tabellini di una stagione non particolarmente ricca di gol sino al quel momento, il 3-3 a Torino contro la capolista Juventus. Il Cesena chiuse il primo tempo avanti di due reti, giocando in alcuni tratti, secondo quanto riportano le cronache dell’epoca “una melina all’olandese” con la squadra molto corta e pronta a partire in contropiede. Difficile in questi casi capire se fosse più merito del Cesena o demerito della Juventus, apparsa nervosa anche per alcune decisioni arbitrali contestate, tra cui un rigore assegnato ai romagnoli.

Nel secondo tempo il Cesena, forse pago e con meno cattiveria, si lasciò riprendere in tre minuti da Capello e Bettega. In questi casi solitamente la squadra che rimonta rischia di dilagare. Invece la compagine di Marchioro, riordinate le idee, passò di nuovo in vantaggio con un pallonetto di Petrini, entrato al posto del titolare Bertarelli, infortunato.

Solo a nove minuti dalla fine un tiro dal limite dell’area di Gentile fissò il risultato sul 3-3. Al fischio finale furono i bianconeri padroni di casa ad esultare, quasi avessero vinto, mentre i giocatori del Cesena, in una inedita maglia granata, rimasero a centrocampo, come se avessero perso. «I miei hanno giocato una grande partita, ma il risultato non li ha premiati in pieno. Dispiace perché abbiamo avuto la partita in mano due volte, ma abbiamo permesso alla Juventus di recuperare» commentò a fine gara Marchioro.

Ma il vero “sliding doors”, cioè l’elemento imprevedibile che può cambiare la vita di una persona, di quella stagione fu la partita giocata in casa contro il Milan il 18 gennaio 1976.

Entrambe le squadre avevano quindici punti, insieme a Napoli e Bologna e si trovavano al terzo posto, davanti solamente la Juventus capolista con venti punti e il Torino secondo con diciannove.

La partita veniva presentata come uno spareggio, forse più per il Milan per continuare a coltivare sogni di scudetto. Fu un match simile a quello di Torino, sotto certi aspetti, con il Cesena dominante nel primo tempo, e meritatamente in vantaggio con un gol di testa di Danova. Poi nella ripresa ci fu la reazione del Milan, con il pareggio su rigore e diversi gol sfiorati dai rossoneri. Questa volta l’epilogo fu diverso perché con un gran gol del giovane De Ponti, non ancora “figlio delle stelle” il Cesena si aggiudicò l’incontro per 2-1. I bianconeri consolidarono il terzo posto, insieme al Napoli, e qualcuno iniziò a parlare di scudetto. «Dobbiamo cercare di essere seri, senza esaltarci troppo, cercheremo di continuare su questa strada senza prefiggerci particolari obiettivi, preferisco evitare di parlare anche di Coppa UEFA. Le ambizioni della società sono state centrate, adesso cercherò di soddisfare le mie personali».[3]

Pippo per la prima volta, dopo avere gettato acqua sul fuoco dell’entusiasmo, forse iniziò a rendersi conto delle proprie potenzialità, anche se alla domanda sulla possibilità di approdare nella stagione successiva sulla panchina di una grande squadra, glissò con un «Mi sembra prematuro parlarne adesso».

La stampa iniziò ad evidenziarne le doti e lunghe interviste apparvero quella settimana sui principali giornali, con definizioni di “Mago”, o meglio “Mago Rosso” per una sua inclinazione politica verso sinistra che non ha mai voluto apertamente confermare. Non è da escludere che il Milan abbia iniziato a pensare a Marchioro in questo periodo, anche se le prime voci di un concreto interessamento sarebbero iniziate ad aprile.

I giornali cominciarono anche a mettere in risalto un aspetto particolare dei metodi di Marchioro, ovvero quello che veniva genericamente definito “training autogeno”. Già ai tempi di Como Pippo aveva iniziato a proporre, senza obbligo, ai giocatori l’ascolto di musica classica sia prima delle partite che nell’intervallo come tecnica di rilassamento. A Cesena vi era un vero e proprio psicologo che proponeva sedute di training. Una pratica oggi ampiamente utilizzata ma che all’epoca suscitò molta ironia da parte dei mass-media. “Stavolta al Cesena mancava lo psicologo” fu il titolo sibillino di un articolo relativo ad una partita incolore del Cesena giocata a Como, dopo la vittoria contro il Milan. Così scialba che qualcuno parlò di combine a causa di una medaglia d’oro regalata a Marchioro dai tifosi comaschi quale ringraziamento per la promozione dell’anno precedente.

Da destra: Marchioro alla guida del Cesena nella stagione 1975-1976, con i suoi giocatori Cera e Frustalupi. Foto Wikipedia

La trasmissione televisiva “Dribbling” mandò in onda un servizio sulla questione “training autogeno” ponendo seri dubbi sulla sua reale efficacia, tanto che alcuni giocatori, temendo di essere derisi, non seguirono più tale pratica o forse ne persero la convinzione. Cera, per esempio, le considerava solo fesserie, mentre Boranga (medico tra l’altro) ne era uno dei più assidui sostenitori.

Sarà stato forse per questo motivo oppure a causa di un inevitabile appagamento per avere raggiunto la salvezza già al termine del girone d’andata, che dopo la vittoria sul Milan e il buon pareggio contro il Torino per 1-1, il Cesena iniziò una fase di declino.

Battuta da Inter, Napoli e Perugia, la squadra rimase comunque sempre nelle prime cinque-sei posizioni, fino all’apoteosi del 21 marzo, il giorno della vittoria per 2-1 sulla Juventus, il ricordo più bello di Pippo di quella stagione.

«Dino Zoff e soci erano primissimi in classifica, lanciatissimi. Noi sulla carta non avevamo alcuna chance di vittoria. Invece quella domenica pomeriggio, a Cesena, successe l’incredibile. L’inimmaginabile. E io c’ero, ragazzi. Che soddisfazione! Dopo il gol iniziale di Damiani, salì in cattedra Giuliano Bertarelli, con una magistrale doppietta. Ho davanti agli occhi i suoi due gol, la festa del popolo bianconero al triplice fischio finale, la gente che piangeva di gioia. Ci sembrava di vivere un sogno. Invece era tutto splendidamente vero. Il piccolo Cesena aveva battuto la grande Juventus…».[4]

Il Cesena pagò l’euforia perdendo rovinosamente a Bologna la settimana successiva. Seguirono tre pareggi e due sconfitte tra cui quella di Milano dopo che le indiscrezioni quale prossimo allenatore rossonero erano ormai certezze, prima della vittoria contro il Como alla penultima giornata.

All’ultimo incontro Marchioro diventò arbitro dello scudetto, visto che affrontò il Torino in piena corsa con la Juventus. Si permise il lusso di pareggiare come all’andata per 1-1, e questo punteggio sarebbe potuto costare caro ai granata che si aggiudicarono il tricolore grazie alla sconfitta della Juventus a Perugia.

Il Cesena chiuse al sesto posto, al pari del Bologna ma con una migliore differenza reti. Fuori dalla qualificazione alla Coppa UEFA, che sarebbe però arrivata il 29 giugno, quando Marchioro era ormai già quasi in ritiro con il Milan. 

La vittoria del Napoli (davanti in classifica al Cesena), nella finale di Coppa Italia contro il Verona liberò infatti un posto per la clamorosa qualificazione dei romagnoli alla seconda competizione europea, un traguardo impensabile ad inizio stagione e che rimane il punto più alto toccato dai bianconeri nella loro storia.

Da notare come, aldilà del risultato finale, quel Cesena fu in grado di impensierire, restando imbattuto con entrambe, le due squadre che lottarono fino all’ultimo per lo scudetto e non solo quelle, con un gioco moderno e a tratti spettacolare.

 

[1] Flavio Bertozzi – Tre uomini e una panca – La Cesenate Edizioni 2017

[2] Idem

[3] Sergio Rotondo – Il Corriere della Sera – 19 gennaio 1976

[4] Flavio Bertozzi – Tre uomini e una panca – La Cesenate Edizioni 2017

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