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La Penna degli Altri

Accadde oggi: il Pallone d’oro a Rivera, orgoglio del Milan

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VIRGILIO.IT – Quando il 23 dicembre del 1969 vinse il Pallone d’oro, primo italiano a riuscirci nella storia, Gianni Rivera era già una stella affermata. Con 83 voti a favore precedette Riva e alzò al cielo il prestigioso trofeo, merito anche di quella coppa Campioni vinta col Milan contro l’Ajax in finale per 4-1, con Rivera nei panni di assist-man di eccezione. Ricorrenza speciale per il Golden Boy del calcio italiano, che per anni ha rappresentato l’eccellenza del calcio italiano. Abatino per Gianni Brera, divino per i suoi ammiratori. Come ad esempio l’attore Diego Abatantuono che ha sempre raccontato come nacque la sua fede milanista: “da piccolo trovai un giorno per terra il portafoglio di mio nonno. Lo aprii e vidi le foto ingiallite di padre Pio e Gianni Rivera, che io non conoscevo, non sapevo chi fossero. Lo chiesi a mio nonno e lui mi spiegò: uno fa i miracoli, l’altro è un popolare frate pugliese”. I miracoli Rivera li cominciò a fare da giovanissimo, con l’Alessandria prima e il Milan – la sua vera casa – poi.

COME SI CHIAMA – In realtà il suo vero nome non è Gianni, non può firmare così nei documenti ufficiali come lui stesso ha rivelato nella sua autobiografia: “Mia madre pretendeva di chiamarmi Gianni ma a mio padre dissero che non era possibile perché non esisteva nessun santo con quel nome. Per lui mettere Giovanni, come gli fu suggerito, non era un problema, tanto più che quello era il nome dei nonni. E così fui Giovanni. Mia madre si arrabbiò e decise che mi avrebbe comunque chiamato Gianni e io scoprii il mio vero nome di battesimo solo il giorno in cui feci il mio primo documento”. Origini contadine, una sorella più grande morta bambina a 9 mesi per una malattia all’epoca incurabile, Rivera nacque sotto la Guerra, nel ’43 ed era ancora minorenne quando fu preso dal Milan. All’epoca non c’erano i guadagni di oggi ma la qualità veniva comunque premiata, Il presidente del Milan Andrea Rizzoli il 10 settembre del 1962 scriveva così (con tanto di maiuscole di cortesia) all’allora 19enne Rivera: “Signor Giovanni Rivera, non ho difficoltà a dichiararLe che, qualora allo scadere della stagione calcistica 1962/63, Ella abbia dimostrato un ulteriore sviluppo agonistico, tale da averLe consentito un rendimento superiore a quello dell’annata 1961/62, la presidenza del Milan provvederà, insindacabilmente, ad un’equa maggiorazione del premio di riconferma riconosciutoLe per la stagione 62/63. Aggiungo che sue eventuali richieste di anticipazioni sulle rate del premio di riconferma saranno dalla presidenza stessa esaminate con benevolenza, ben s’intende nel limite del possibile».

LA STELLA – Era già Rivera. E lo sarebbe stato fino al ’79, l’anno dello scudetto della Stella, quando prese il microfono a bordo campo per far liberare parte dello stadio dove i tifosi non potevano stare nella gara-scudetto col Bologna: “Scendete, altrimenti avremo partita persa”. Quella volta c’era Liedholm in panchina ma il suo mentore è stato Nereo Rocco che lo considerava insostituibile e gli voleva bene come a un figlio: “Si, non corre tanto, ma se io voglio avere il gioco, la fantasia, dal primo minuto al novantesimo l’arte di capovolgere una situazione, tutto questo me lo può dare solo Rivera con i suoi lampi. Non vorrei esagerare, perchè in fondo è soltanto football, ma Rivera in tutto questo è un genio”. Un genio che ha segnato la storia del Milan (e dell’Italia). E che probabilmente, giocasse ancora, avrebbe messo tutti d’accordo su chi meritava il Pallone d’oro tra Modric e Ronaldo.

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